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CARO MIO ANNO CHE TE NE VAI

Quando ho scelto il nome di questo blog l’ho fatto a ragion veduta. Dal giorno in cui alcuni miei compagni di liceo mi associarono a Peter Pan – correva il lontano 2011 – mi sono affezionato a questa immagine e l’ho fatta mia.

Più crescevo e più capivo che lo scorrere del tempo non mi era amico, che il crescere non faceva per me. Di tutti i compleanni che avevo davanti, a preoccuparmi maggiormente era il trentesimo: cifra tonda, portatrice di ignoto, insidioso spartiacque tra mondi ed età. Posso dire che ogni timore era ben fondato.

Il 2025 è stato un anno folle, imprevedibile, pittoresco. A giustificare tali aggettivi basterebbero le vicende del Consiglio Comunale del 29 aprile. In poche ore senza volerlo sono diventato il consigliere comunale più famoso d’Italia, una notorietà di cui avrei fatto volentieri a meno viste le circostanze con cui mi è giunta. La foto mentre vengo portato via di peso dall’aula è girata ovunque tra social e giornali, come fossi una sorta di delinquente.

La mia unica colpa è stata il non piegarmi all’arroganza e alla meschinità del potere, il quale nel cacciarmi dalla sala Falcone e Borsellino ha avuto i volti della consigliera Angela Cappelletti e dell’imputato per corruzione dott. Vincenzo Del Regno. Non mi sono arreso, non mi sono lasciato intimidire. Nonostante lo stress, la rabbia e i problemi per ciò che è accaduto e per ciò che ne è scaturito, non ho rinnegato i miei valori e le mie idee, consapevole che per essere un uomo libero è necessario correre anche dei rischi. Ho continuato a camminare con la schiena dritta, sulla mia strada ostinata e contraria.

I trent’anni non hanno portato tribolazioni solo in politica. Tante cose sono cambiate, e alla fine per fortuna anche io mi sono trasformato. Non ho rimpianti, perché tutto quello che ho fatto è stato il riflesso della mia volontà e dei miei sentimenti; si vive male di rimorsi, ma ancor peggio si vive di rimpianti, e non ho voluti averne in nessuna occasione, come non ne voglio avere adesso. Ho vissuto ogni attimo con la pienezza che mi è propria, perchè io sono uno da dentro o fuori.

Mi rimane un sottile dispiacere per i giudizi di valore che ho dato. Ho donato troppo a chi meritava niente, offrendo invece troppo poco a chi avrebbe meritato altro. Ho visto assoluta perfezione laddove c’era soltanto mediocrità umana, alternata semmai ad abissi di estrema bassezza. Qualcuna insomma mi è solo sembrata, come canta Fiorella Mannoia.

In questi freddi e assolati giorni di fine dicembre risuonano forti e liberatori Fossati e De André con Anime salve: “mi sono spiato illudermi e fallire”.

Per alcuni mesi mi sentivo sicuro, invincibile, mentre il mio ego veniva dopato e il mondo mi pareva ai miei piedi. Le bolle d’aria su cui stavo sospeso si sono sgonfiate, e all’improvviso. Dalla cima sono caduto in fondo, rischiando di perdermi e di annullarmi. Ho iniziato a guardarmi dentro, a capire, a mettere in fila i pezzi, senza vergognarmi di chiedere anche aiuto. Ho vissuto di alcuni eccessi, di momenti in cui c’era soltanto il bisogno di far naufragare i pensieri perché troppo pesanti da affrontare; l’estate mi ha portato il cattivo dono del fumo, io che in trent’anni le sigarette non le avevo sfiorate neanche col desiderio. E’ uno dei tanti chi l’avrebbe mai detto del 2025.

Anche se con l’infido odore del tabacco in bocca, sono tornato piano piano a riassaporare il gusto della vita. L’ho rivisto il bello dei giorni, in dapprima fugaci e poi sempre più lunghi momenti di luce: era nei vicoli di Napoli, era in una cena godereccia nel quartiere della Vucciria a Palermo, era nell’abbraccio di mia madre mentre teneva un capo del mio filo, affinché andassi nel mondo ma senza mai perdermi. Ho sentito la vita tornare a scorrermi addosso, splendida come le stelle di queste notti d’inizio inverno.

E’ stato un anno di soddisfazioni lavorative, di libri profondi divorati con avidità, di costante impegno civile; un anno di viaggi, con l’esperienza tutta nuova di iniziarne uno e finirlo in fretta e furia prima del tempo. C’è stato anche il primo viaggio da solo, un’esperienza che mi ha fatto così bene da farmi decidere di replicarla tra pochi giorni. Che strani gli esseri umani.

Ho ricevuto amore, e l’ho dato. Ho fatto del male, e il male poi mi è arrivato addosso. Mi sono scoperto alla fine più maturo, un Peter Pan stranamente adulto, con una casa mia in cui finalmente ho trovato la pace, e senza più la paura di esser capace di stare nel mondo dei grandi. Ho visto che il caso, muovendo i fili dell’esistenza, a volte può dare delle seconde opportunità, e che le persone buone bisogna saperle apprezzare: ho imparato però che a priori è necessario che ciascuno stia bene con se stesso, riuscendo a coltivare una sana solitudine e apprezzando il proprio tempo.

Il dono più bello di quest’anno l’ho avuto tuttavia dagli amici che mi sono rimasti vicini e leali. Noi pochi, noi felici, noi manipolo di fratelli. Recita così un passo dell’Enrico V di Shakespeare, e ne ho avuta riprova della assoluta veridicità quando la mia barca ha attraversato pericolante un mare in tempesta. Essere fedeli e voler bene a coloro che si hanno intorno serve innanzitutto a potersi guardare con la coscienza pulita allo specchio; se, come spesso per fortuna capita, essi sanno contraccambiare fiducia, amore e lealtà si scopre anche il piacere di una vita riempita e avvolta dal calore di volti su cui è fondamentale poter contare, in qualsiasi circostanza. Ed è infatti bene diffidare delle persone sole non per scelta, poiché i rapporti umani sani sono il miglior biglietto da visita che un individuo possa presentare. L’opportunismo e la falsità portano a fondo chi li pratica, e alla fine c’è un giudice chiamato tempo che mette ognuno al proprio posto.

Caro anno che volgi al termine, nelle tue infinite sorprese ogni tassello ha alla fine avuto un significato, e te ne sono grato. Mi sono visto di spalle che partivo. Ora guardo con un sorriso all’anno che verrà, pronto ad oscillare tra gli inscindibili bene e male che reggono il Tutto.

Ad maiora.

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