Si può avere nostalgia di un passato che non si è mai vissuto? Al mio passato guardo spesso in maniera nostalgica, desiderando rituffarmi in tante età superate che però mi mancano profondamente. A volte il quotidiano avere a che fare con la storia mi fa venir voglia di attraversare il tempo per tornare indietro nei secoli, ma c’è una fase storica particolare che sento come mia pur senza averla, ahimè, vissuta.
Quarant’anni fa se ne andava il segretario del Pci Enrico Berlinguer. Il volto che perde colore, piccole gocce di sudore che compaiono sulla fronte; gli occhi che si fanno piccoli ma restano battaglieri, dietro un paio di grandi occhiali; la voce che diventa quasi un sibilo, ma riesce ancora ad entusiasmare la gente: “casa per casa, strada per strada”. L’ultima immagine di Berlinguer in piazza della Frutta a Padova, il 7 giugno del 1984, è quella che lo ha consegnato alla Storia, ed è quella che più è rimasta nel cuore anche a noi “nati dopo”, a noi che lo abbiamo conosciuto solo attraverso racconti e documenti.
Bastano quei pochi minuti di video per capire cosa rappresentasse Enrico Berlinguer. Nella tenacia del voler proseguire il suo discorso, nonostante la fine che forse anch’egli sentiva vicina, nella passione del comunicare con il proprio popolo, si manifesta un’idea antica e perduta di fare politica: o meglio, si manifesta proprio il significato di cosa davvero fosse la politica, negli anni di Enrico. Sono cresciuto con i racconti di quella stagione, prima da parte di mio nonno e poi da parte di mia mamma; nelle loro parole ho sempre percepito un entusiasmo appassionato, uno slancio per una politica attiva dove l’ideale era una stella polare luminosa. Giusto o sbagliato che fosse, almeno la gente credeva in qualcosa, mi sono sentito ripetere spesso. Mi manca molto quel “credere in qualcosa”, anche se direttamente non l’ho mai vissuto.
I dati delle ultime elezioni europee certificano il tracollo della nostra democrazia rappresentativa e del legame tra i cittadini e la politica: per la prima volta l’affluenza si è fermata sotto il 50%. Tradotto, un italiano su due non è andato a votare. Alle europee del 1984, quelle seguite alla morte di Berlinguer, alle urne ci andò l’82% degli aventi diritto. Altri tempi, altra Italia, non c’è dubbio, e i motivi di questo progressivo scollamento sono troppo lunghi e profondi per essere affrontati in un blog come questo; certamente, tuttavia, si comprende come l’assenza di alcuni personaggi, la scomparsa di valori a cui aggrapparsi, la perdita quasi completa di credibilità della classe politica italiana, pesino come macigni nell’astensionismo e nella generale sfiducia delle persone di oggi. Mi ci metto anch’io, che pur a votare ci vado, nel calderone degli sfiduciati.
Guardando a sinistra d’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Per tirare su un po’ di voti bisogna candidare Ilaria Salis, pregiudicata, per cui vale il principio sdoganato ormai da trent’anni di berlusconismo secondo cui l’elezione salva dai guai giudiziari, e chi prende i voti è di fatto innocente (mi rallegro tuttavia che Salis sia uscita dalle infernali carceri ungheresi e dalla catene imposte in mondovisione da Orbàn). Lasciamo stare poi il Partito democratico, centro di potere che usa in maniera ipocrita il volto e la memoria di Berlinguer per attuare invece politiche che nulla hanno a che vedere con quella tradizione. Di diritti sociali nessuno parla di più, mentre tutti parlano di guerra, di armi, di necessità di alzare la spesa militare.
I due principali partiti, Fratelli d’Italia e appunto Partito democratico, hanno sulla politica estera la stessa linea: che fine ha fatto l’eredità del segretario? Bisognerebbe rileggere e riascoltare le parole di Berlinguer sul pacifismo e sulla necessità di preparare la pace, sul conflitto israelo-palestinese, e financo sulla Nato, su cui Berlinguer espresse giudizi troppo spesso mistificati e storpiati. Quella di Berlinguer era una via umana e possibile al socialismo, era un’ideologia ancora figlia del suo tempo ma mai indulgente verso i totalitarismi dell’Est. Era quel comunismo che contribuì alla Resistenza, alla nascita della Costituzione e dell’Italia Repubblicana; era il comunismo che rappresentava una speranza di riscatto e di giustizia sociale per milioni di persone. Era un qualcosa di sano, di positivo, a differenza purtroppo delle fallimentari e quasi sempre tragiche applicazioni dell’ideologia in tanti paesi d’Europa e del mondo.
Il Parlamento europeo, con i voti anche dello stesso Pd, ha però messo nel 2019 sullo stesso piano nazismo e comunismo, ignorando tra le tante il sacrificio di 28 milioni di cittadini sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ lo stesso principio che guida la cosiddetta sinistra negli ultimi due anni anche nel rifiuto di far partecipare la Russia alle commemorazioni dello sbarco in Normandia, agli anniversari della caduta di Berlino, ad ogni evento che rimandi a quella guerra vinta anche grazie al contributo dell’Unione Sovietica, e non certo a quello dell’Ucraina collaborazionista e nazista di Stepan Bandera.
Stendiamo infine un velo pietoso sulla questione morale. Le intercettazioni che arrivano dalla Calabria, che fotografano l’ennesima realtà di voto di scambio politico-mafioso, ci dicono che per certi dirigenti di partito – in un’alleanza trasversale tra destra e sinistra – meno persone vanno a votare e meglio è. La Storia sta dando loro ragione.
Di tutta quella gente che c’era il 13 giugno 1984 in piazza San Giovanni per i funerali di Berlinguer, oggi non c’è quasi più nessuno. Stasera la piazza è vuota, come canta Venditti. E’ malinconico il desiderio di esserci stati, perchè ancora non eravamo nati. Ma è invece triste la consapevolezza che quell’eredità storica, quella stagione, quella inarrivabile levatura morale e politica, è stata fatta a brandelli e spazzata via in quarant’anni di trasformismi, compromessi al ribasso e ipocrisie. Dolce Enrico, se tu ci fossi ancora.


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