All’alba i tetti di Bucarest si illuminano come volessero prendere fuoco. Dalle nubi esce un bagliore accecante, e la chiesa di San Nicola arde di un oro sublime. In fondo non è proprio ad est che nasce il sole?
Bucarest non è una città indimenticabile. Si accende qua e là di luci e di bellezza, senza colpire l’anima in maniera penetrante. Non è però una città anonima. Ha la sua dignità, il suo fascino discreto e figlio di epoche diverse. La chiamavano la piccola Parigi, per via dell’architettura elegante e della ordinata e a tratti maestosa struttura urbanistica. Il quartiere Lipscani si gira a piedi, non ci sono veicoli; si riesce ad alzare lo sguardo e ad apprezzare edifici eleganti di oltre un secolo fa, capaci di fondersi con chiese che custodiscono la spiritualità ortodossa. Qualche bella pasticceria fa capolino sui grandi viali, come fossimo davvero nella Ville Lumière. Ben più frequenti sono i loghi e i negozi occidentali, perché il consumismo qua nel nuovo millennio è arrivato in fretta e ha portato spruzzi di benessere, seppur condito da un velo di tristezza e conformismo.
Bucarest mi ha ricordato Belgrado, nella nobiltà fiera del centro storico e nelle varie tonalità di grigio dei cieli e dei palazzi; a metà tra l’Ottocento e il socialismo, tra lo splendore e la decadenza. Belgrado ha conosciuto non troppi anni fa le bombe, Bucarest no. Entrambe tuttavia sono state marchiate dall’impronta del socialismo reale.
La capitale rumena ha nei segni e un po’ nell’aria il lascito di quarant’anni di regime. Interi quartieri sono figli dell’epoca comunista, e lo sono edifici simbolo della città come il gigantesco parlamento: un blocco immenso, l’edificio più pesante del pianeta. Nacque per volontà del dittatore Nicolae Ceausescu, in quegli anni Ottanta che per il paese segnarono l’inizio della crisi economica e per il regime l’inizio della fine. Il mostro di pietra compare alla fine del lungo viale dell’Unione, e nonostante sia cromaticamente e architettonicamente legato al resto della città socialista pare alienato dal suo contesto. Una manifestazione di forza apparente, perché neppure tonnellate di cemento possono avere la meglio sul vento della libertà.
Esso spazzò via per sempre l’oppressione di fronte ad un altro grigio palazzone del regime, la sede del Comitato Centrale. Il 21 dicembre 1989 Ceausescu dal balcone in cui era solito tenere i suoi discorsi si vide per la prima volta interrotto da un popolo stanco, arrabbiato, macchiato dal sangue dei connazionali uccisi a Timisoara nelle proteste di pochi giorni prima. Negli occhi del dittatore comparve prima lo stupore, poi la paura. Tentò di fuggire dal tetto con un elicottero, ma la sua fuga si arrestò a Targoviste dove venne arrestato, sommariamente processato e fucilato insieme alla moglie Elena.
Altro sangue popolare fu versato in quei freddi giorni di dicembre, e la piazza in cui il paese si liberò delle catene del comunismo oggi celebra i martiri caduti per la libertà. Si chiama piazza della Rivoluzione, e i monumenti al suo interno obbligano il visitatore ad abbassare la testa con rispetto di fronte alla Storia e ai suoi protagonisti.
Bucarest non si può in ogni caso ridurre al comunismo. La città è anche i meravigliosi quadri di Rembrandt e Pieter Bruegel alla Galleria Nazionale, è l’odore d’incenso delle chiese ortodosse; è il tripudio di colori e magia del Cafè Van Gogh, è il fervore dei locali notturni pieni di giovani; è la gentilezza di persone come Tamara, squisita donna di mezz’età che gestisce un negozio di artigianato locale. Deliziosi oggetti in vetro vi sono esposti, e il fascino di uno di essi ha tentato il mio istinto scialacquatore.
Mi resterà in casa il ricordo della Romania, e mi resteranno nella mente i racconti di Tamara sulla sua vita difficile, tra la fuga al crepuscolo della dittatura, gli anni di duro lavoro in Italia e infine il ritorno a casa, in un paese più libero, più ricco ma ancora pieno di incertezze. Tamara mi confida la sua paura della Russia, di un’invasione stile Ucraina, e il suo appoggio ad un governo europeista. Il tassista che mi ha accompagnato dall’aeroporto la pensa invece diversamente; per lui l’annullamento delle elezioni l’anno scorso e l’arresto di Georgescu hanno rappresentato un colpo di stato, figlio di un’Europa minacciosa che presto potrebbe portare anche l’euro: “una sciagura, spero non succeda mai”, mi dice il tassista. Di nuovo la politica, di nuovo lo scontro.
Ma tanto altro è Bucarest, tanto altro è la Romania. Ho visitato la Transilvania, terra di fascino e mistero dovuto principalmente alla leggenda del conte Dracula. Il castello di Vlad l’impalatore, il principe valacco che ispirò il romanzo di Bram Stoker, si trova a Bran. Incute soggezione, sebbene la visita all’interno sia deludente. Molto più bello il castello di Peles, dimora voluta dalla dinastia tedesca che per prima a fine Ottocento regnò su una Romania indipendente. Vedere la Transilvania con la neve è un’esperienza da fare, tra sentieri ghiacciati e boschi fitti in cui riposano piante e miti secolari.
Tutt’altre temperature e tutt’altro clima ho trovato a Costanza, sul Mar Nero. Noleggiando un’auto sono giunto in due ore da Bucarest in questa città balneare in cui già gli antichi greci approdarono. Qui venne esiliato il poeta latino Ovidio, e una statua lo ricorda nella piazza centrale. A Costanza c’è il sole e un venticello gradevole. Sotto al cielo si incontrano i campanili cristiani e i minareti islamici, perché in questa parte di Romania la presenza musulmana è significativa.
Le moschee continuano uscendo da Costanza e andando verso settentrione, lungo la costa del Mar Nero. Si corre veloci su strade semideserte, nelle campagne rumene in cui compaiono poveri ma dignitosi villaggi di contadini, in mezzo al nulla più assoluto. Mi sono spinto al limite meridionale del delta del Danubio, la cui visita richiede un battello e una favorevole stagione primaverile. Sotto alcune gocce di pioggia, ho visto la placida vegetazione tuffarsi nel mare, tra distese verdi e nuvole sinistre. Il silenzio dominava, incessante. Qualche ora più a nord Odessa, con le bombe e la guerra. A est, oltre il mare, il Caucaso e l’Asia. Quanta meraviglia, in ogni angolo di mondo.
Niente come il viaggio risveglia il desiderio di infinito che è proprio degli esseri umani.


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