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PERCHE’ VOTARE NO

Chi mi conosce sa bene quanto sia intoccabile la mia libertà di coscienza e quanto in parallelo sia pari a zero il mio livello di indottrinamento e di fanatismo politico.

Sono una persona di sinistra ma senza tessere di partito, anzi disgustato da molte forze partitiche di tale area; mi considero un battitore libero che segue con coerenza i propri ideali, e che mai seguirebbe pedanti ordini di scuderia. Non a caso sul territorio parecchi minus habens mi danno da anni del fascista e del collaborazionista perché faccio (fieramente) parte di una lista civica insieme a persone e forze di centrodestra.

Specialmente in occasione dei referendum ho come unica stella polare le mie convinzioni e le posizioni autonome e ragionate che riesco a maturare sul merito delle questioni. Ho sostenuto con orgoglio dieci anni fa il No al referendum costituzionale di Renzi, mi sono battuto contro le trivelle, per l’acqua pubblica, per la tutela del lavoro e per l’estensione della cittadinanza. Nonostante sia un fedele lettore de Il Fatto Quotidiano e quasi sempre mi trovi d’accordo sulle posizioni del suo direttore e dei suoi giornalisti, nel 2020 votai No al referendum sul taglio dei parlamentari, di cui proprio il Fatto fu tra i principali sostenitori: a testa alta fui tra i pochi ad esprimere un voto contrario. In direzione ostinata e contraria, come di sovente nella mia vita.

Stavolta il mio No sulla scheda riguarderà il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Non si tratta certo di un voto contro il governo, per quanto le politiche dell’esecutivo Meloni, a maggior ragione in questi giorni in cui si prospettano repressione e stato di polizia, mi trovino lontano anni luce. Il mio No è frutto di un ragionamento convinto e approfondito, che mi ha portato a riflettere sui quesiti referendari al di là degli slogan, delle semplificazioni e della propaganda per il popolino.

Tra un mese e mezzo saremo chiamati alle urne per una revisione della Costituzione, già approvata in modo blindato dal Parlamento. Dal momento che la riforma non ha ottenuto alle Camere la maggioranza dei due terzi dei componenti, in base all’articolo 138 della Carta si prevede lo strumento del referendum per confermarla o cassarla.

Il testo su cui dovremo esprimerci introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti, e prevede la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura (Csm) destinati ad operare separatamente; questi due consigli saranno eletti ricorrendo al sorteggio, in sostituzione del precedente sistema basato sul voto. Per quanto la materia sia complessa e molto tecnica, mi è parso chiaro sin dall’inizio che questo referendum non abbia niente a che fare con la giustizia e soprattutto con un miglioramento della stessa.

Qualora vincesse il Sì non ci ritroveremo processi né più giusti né più veloci, ma soltanto un indebolimento dell’autonomia dei magistrati. Nicola Gratteri e Gustavo Zagrebelsky, mie guide non dogmatiche ma contenutistiche sui temi della legalità, della giustizia e della Costituzione, hanno sottolineato in più interventi la subdola intenzione della riforma di spostare gli equilibri costituzionali per colpire la magistratura e aumentare l’impunità della politica. Proprio lo sciagurato ministro Nordio, principale ideatore della riforma, ha più volte indirettamente (talvolta in realtà anche in modo diretto) affermato che il provvedimento va a favore del governo, come quando invitò la segretaria del Pd Schlein a sostenere il sì perché, il giorno che sarebbero andati al governo, anche loro ne avrebbero tratto beneficio.

Pare proprio che il nucleo della questioni ruoti intorno alla volontà di un maggior controllo da parte governativa piuttosto che ad altri aspetti. Di certo, il tema chiave non è la separazione delle carriere, aspetto che sembra diventato marginale nel dibattito e che in realtà ha sempre avuto un peso relativo.

Ad oggi in Italia solo una ridottissima parte dei pubblici ministeri effettua il passaggio alla funzione di giudice giudicante; di base io reputo una ricchezza la possibilità di svolgere funzioni diverse e poter passare da un ruolo ad un altro, ma oramai di fatto pochissimi cambiano carriera e dunque la questione è nella sostanza inutile. Per altro è vergognosa la strumentalizzazione che il fronte del Sì fa di figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali non invitavano certo ad un simile stravolgimento della Costituzione e ad una immediata separazione delle carriere, bensì ad una semplice ma ragionata riflessione sul tema, aprendo alla possibilità ma senza fanatismi e bandierine politiche.

Il vero problema della riforma Nordio sta nel Csm e nella sua pericolosa trasformazione. Il Csm voluto dai padri costituenti non è solo l’ufficio del personale di magistratura: è un organo costituzionale che ha poteri di indirizzo e di orientamento, ed è organo di garanzia dell’indipendenza dei magistrati. Per questo ne venne ha affidata la presidenza al Presidente della Repubblica, e per questo fu prevista la presenza di una componente laica eletta dal Parlamento in seduta comune, con una maggioranza qualificata.

È chiaro che con la separazione i due organi avranno meno autorevolezza e meno peso. Su molte questioni comuni potrebbero anche esprimere orientamenti diversi, il che di fatto, indebolirà anche la funzione di garanzia della indipendenza e della autonomia. Con un simile sorteggio il peso della componente politica sarà decisamente predominante, e ciò apre a mio avviso le porte a successivi interventi – già tra l’altro evocati da alcuni esponenti della maggioranza – per rendere la magistratura uno strumento governativo, ad esempio con il cambiamento dell’art. 112 della Costituzione che rende l’azione penale obbligatoria e gestita in autonomia dalla magistratura.

Questa riforma appare come una resa dei conti di un certo mondo politico contro la magistratura, un tentativo di estendere ben oltre ogni legittimo perimetro i principi del garantismo, finendo dunque per arrivare all’impunità.

Nel fronte del Sì compaiono personaggi discutibili e in taluni casi moralmente ripugnanti; orde di pregiudicati e inquisiti si sono affrettati a sostenere le ragioni della riforma, in una evidente azione di vendetta contro la magistratura. Non si deve nei referendum certamente guardare ai compagni di viaggio, nel 2016 nel fronte del No c’erano politici terrificanti e partiti lontanissimi da me. Tuttavia, se si parla di giustizia, fa specie trovare schiere di delinquenti o inquisiti che plaudono alla limitazione dei poteri della magistratura e ad una sua subordinazione all’esecutivo.

Andrò a votare, e con convinzione voterò No. La Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza (che poi nella totalità degli aventi diritto è una esigua minoranza), e non è certo con questa penosa riforma targata Nordio e Berlusconi che avremo una giustizia più efficiente e più giusta.

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