Alex Zanardi sorrideva sempre. Non era un sorriso finto, di facciata, ma un’espressione di letizia che si percepiva provenisse dal cuore. Portava con sé il coraggio di un guerriero antico, di epica memoria, e la dolcezza di un candido profeta. Insegnava a rimanere forti, a non piegarsi di fronte alle avversità, e insegnava l’amore per la vita.
Eppure a quella sua vita così sfortunata avrebbe avuto tutto il diritto di voltare le spalle. Il 15 settembre 2001 il destino bussò alle sue porte tra le foreste del Brandeburgo, in Germania. Sul circuito del Lausitzring Zanardi perse il controllo della sua monoposto e fece testacoda, forse a causa di un mix di acqua e olio formatosi sulla pista. Il canadese Alex tagliani arrivò a trecento all’ora e non riuscì ad evitare l’impatto. Lo schianto tremendo gli provocò subito l’amputazione di entrambe le gambe. Le sue condizioni erano disperate, entrò in un coma da cui non si svegliò per quattro giorni. Poi la luce, la speranza, una serie infinita di operazioni e lunghe settimane di ricovero. Quello stesso destino gli diede una seconda possibilità, non era ancora il momento di iniziare il grande viaggio. Un viaggio tuttavia Zanardi doveva inziarlo, per provare a ricomporre i pezzi della sua vita. La fatica fisica, e quella psicologica: quando volgi lo sguardo oltre il bacino e non ti trovi più le gambe, quando tenti di alzarti e capisci che da solo non puoi e non potrai più farlo, il mondo ti crolla addosso con un impatto ben più grande di un’auto a trecento all’ora. Il corpo può sfasciarsi, le gambe possono sgretolarsi, ma se si sgretola l’anima si crea un vuoto abissale e incolmabile. Zanardi trovò nella forza di volontà e nell’amore per la vita gli alleati più potenti con cui ricominciare. La carrozzina in cui si ritrovò fu una rampa di lancio, non una prigione. Nel giro di un paio d’anni tornò a correre, riuscendo tra le tante a rimettersi alla guida sul circuito del Lausitzring e a percorrere simbolicamente i tredici giri che mancavano alla conclusione della maledetta gara. La velocità era stata la sua passione sin da ragazzino, quando suo padre gli regalò il primo kart e gli fece accendere in sincronia motore ed entusiasmo. Alle auto decise di non rinunciare, anche senza le gambe. Decise non rinunciare allo sport, adattandosi a nuove discipline e cercando nuovi stimoli. Intraprese la carriere nel paraciclismo, dove divenne in breve tempo un campione. Accumulò soddisfazioni e vittorie, partecipando anche alle Paralimpiadi. Nelle foto al traguardo al termine delle gare, qualunque fosse stato il risultato, nel suo sorriso e nelle sue muscolose braccia alzate c’è tutto il significato del suo cammino: andarsi a riprendere la vita, dominarla e viverla a piena, anche se questa è stata con te ingrata. Zanardi correva molto più veloce della sua disabilità, molto più furbamente del destino. Lottava ogni giorno per non farsi trascinare dalla sorte, riuscendo a diventare un esempio per migliaia di persone. Il corso degli eventi può essere negativo per ognuno di noi, tra piccoli e grandi problemi di tutti i giorni. A volte la sfortuna può abbattersi sulla nostra testa senza preavviso, anche con drammi che rendono tutto nero e ci fanno vedere un presente e un futuro del tutto neri, del tutto vuoti, del tutto insignificanti. Nel fondo della notte può nascondersi tuttavia sempre una luce, possiamo trovare un motivo per rialzare la testa ed andare avanti. Zanardi ha raccontato tante volte la sua straordinaria storia alle persone, incontrando giovani, parlando ad eventi, insegnando a tutti che rialzarsi da terra non è solo una possibilità, ma anche un dovere. Nel programma di Rai Tre “Sfide”, tra il 2012 e il 2016, Zanardi ha descritto agli italiani storie di grandi imprese sportive, di insperati successi, di coraggio umano ed atletico. Me lo ricordo in studio, con la sua camminata claudicante ma fiera, e soprattutto col suo sorriso puro e contagioso. Ascoltarlo, pensarlo, leggere delle sue avventure sulle poste mi ha sempre spinto a riflettere sulla vita e sulla fortuna che abbiamo a poterla vivere. “Questo venire al mondo è stato un gran colpo di culo, pensa se non nascevi”: lo dicono Roberto Vecchioni e Francesco Guccini nel meraviglioso brano “T’insegnerò a volare“, uscito nel 2018 e dedicato proprio ad Alex Zanardi. Un inno alla vita, alla forza d’animo, alla resistenza ostinata. Due anni dopo, nel 2020, i fantasmi della strada tornarono a bussare al menomato ma inossidabile corpo del bolognese. Un altro incidente, stavolta su strada normale, in Toscana, durante un allenamento di handbike. Di nuovo il coma, di nuovo la paura. Neppure quella volta Zanardi alzò bandiera bianca, perché un guerriero non china mai la testa. Riuscì a riprendersi, a recuperare i sensi e le forze, con quel sorriso sempre stampato sulla faccia. Stavolta la forza sovraumana che lo aveva sempre sostenuto non ha potuto nulla di fronte alla chiamata della Grande Consolatrice. Zanardi si è spento in una struttura di Padova, lasciando sgomento e lacrime nei tanti che lo credevano immortale. I giorni mortali possono finire, e anzi devono. E’ l’inevitabile ciclo delle cose. I messaggi e gli insegnamenti però non se ne vanno. Quando la vita vi si metterà di traverso, quando i problemi si presenteranno sul vostro cammino, pensate ad Alex Zanardi. Immaginatevelo di fronte a voi, con la sua risata e la sua determinazione. Nulla vi sembrerà impossibile, e l’abisso sarà un po’ meno profondo. Ci sarà nel vostro cuore di una persona straordinaria, che nella sua umanità ci ha fatto sentire, a noi semplici esseri umani, un po’ più vicini all’Infinito.
“Se partirai per Itaca
Ti aspetta un lungo viaggio
E un mare che ti spazza via
I remi del coraggio
La vela che si strappa e il cielo
In tutto il suo furore
Però per navigare solo
Ragazzo, basta il cuore
Qui si tratta di vivere
Non d’arrivare primo
E al diavolo il destino
E se non potrai correre
E nemmeno camminare
Ti insegnerò a volare
Ti insegnerò a volare”

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