Le elezioni europee in programma per questo fine settimana sono di gran lunga le più importanti da quando esistono le istituzioni continentali. Se solitamente ad ogni elezione c’è in ballo il tipo di società in cui saremo destinati a vivere, il tipo di economia, di egemonia culturale e il livello dei diritti, stavolta la posta è molto più alta. Ci giochiamo ciò che sta alla base di tutti gli aspetti sopra nominati, e che rappresenta l’imprescindibile e il necessario: la nostra vita. Non sto facendo né un’iperbole né un’affermazione propagandistica, perché dalla nuova Europa che verrà fuori dopo il 9 giugno potrebbe davvero dipendere l’esistenza di tutti noi.
Si respira un clima pericoloso, già sentito oltre cento anni fa, alla vigilia della scintilla del 1914. Ci stiamo dirigendo a vele spiegate verso la Terza guerra mondiale, a causa di leader squilibrati e al servizio dei poteri finanziari e dell’industria delle armi; tutto il mondo vede una pericolosa propensione alla guerra facile, ma è in Europa che si respirano i miasmi di morte più preoccupanti. Sia chiaro, l’Europa non conta nulla. La sua posizione attuale è un semplice e tradizionale servilismo nei confronti degli Stati Uniti e della Nato – ovvero quindi della stessa cosa- i quali dettano la linea, ma potrebbe e dovrebbe avere un ruolo disinnescante nei confronti delle tensioni tra le grandi potenze, di accorta diplomazia e di intelligente neutralità fondata sul rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Niente del genere è però avvenuto in questi ultimi anni, né avverrà se a guidare la casa comune europea saranno gli stessi personaggi e gli stessi schieramenti attuali. La presidente della Commissione europea, quella sciagura di nome Ursula Von der Leyen, ha suggellato due anni di militarismo esasperato con uno spot elettorale raccapricciante: nostra signora della permanente si presenta con elmetto e sguardo aggressivo dichiarando di voler “potenziare la nostra capacità industriale di difesa” per sconfiggere i nemici alle porte, mentre in sottofondo passa una musica epica e il tono complessivo è grottescamente minaccioso. Lo stesso Parlamento europeo d’altronde ha stabilito a febbraio la linea da seguire, approvando un testo in cui si dice che l’UE deve sostenere l’Ucraina con ogni mezzo fino alla vittoria contro la Russia, e che quindi tutti i Paesi dovrebbero dare aiuto militare a Kiev con almeno lo 0,25% del loro PIL attuale.
Nella risoluzione, oltre a chiedere di mantenere le sanzioni contro Mosca – ad oggi del tutto inutili e anzi dannose nei confronti dell’Europa stessa -, si sottolinea l’urgenza di creare un regime giuridico solido per permettere di confiscare i beni statali russi congelati dall’UE e utilizzarli per ricostruire l’Ucraina e risarcire le vittime della guerra. Ovvero di compiere un atto potenzialmente illegale e foriero di conseguenze nefaste sia sul piano finanziario che sul piano militare, viste le possibili ritorsioni di Putin; parliamo di 190 miliardi di euro depositati dalla Banca centrale russa presso il belga Euroclear, soldi fermi al momento in una sorta di limbo da cui però i Paesi occidentali sperano di sbloccarli al fine di finanziare, e qui parliamo soprattutto di Stati Uniti e Regno Unito, i propri colossi degli armamenti e della ricostruzione che interesserà il territorio ucraino.
I capi di governo delle principali nazioni europee, Francia e Germania, scandiscono ogni settimana i propri proclami bellicosi e incitano il continente a prepararsi a imbracciare le armi. Ma Scholz e Macron non sono nulla in confronto a Jens Stoltenberg, nomen omen, guida della Nato e principe dei guerrafondai nei suoi continui inviti a spostare sempre più avanti il limite dell’azione occidentale: l’ultima trovata è stato l’incitamento a colpire siti al di là del confine russo, mossa che spalancherebbe davvero le porte dell’Apocalisse. Come di fatto sta già avvenendo. Per fortuna almeno in questa sparata i cagnolini scodinzolanti di casa nostra non hanno seguito il padrone, e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che non siamo in guerra con la Russia e si è ricordato, per una volta, che abbiamo una Costituzione.
Dietro a Stoltenberg sono andati i corpuscoli centristi alla Calenda, fiero e strenuo difensore del burattino Zelensky. Che ci vada Calenda dunque in guerra, che si arruoli in qualche bel battaglione neonazista stile Azov a difendere i valori europei e occidentali. E che si arruolino insieme a lui i vari Stoltenberg, Von der Leyen, Borrel, Meloni, e tutti coloro che desiderano ardentemente una bella guerra aperta contro la Russia di Putin. Noi staremo sul divano a fare il tifo per loro, mentre con un bell’elmetto si aggirano per le trincee di Kharkiv o Bachmut in attesa che due o tre bombe atomiche russe distruggano la loro esistenza e purtroppo, a stretto giro di tempo, anche la nostra.
Cosa possiamo fare per fermare i deliri di questi squilibrati? Quali strumenti abbiamo per fermare la corsa al riarmo dell’Europa, per bloccare questo treno lanciato verso la distruzione? L’appuntamento con le urne di sabato e domenica ci permette di scegliere in quale Europa vogliamo vivere, letteralmente, e quindi di impedire a chi ci sta gettando in pasto alla morte di continuare a governarci ancora. I principali partiti e le conseguenti principali coalizioni del parlamento di Strasburgo hanno una linea comune e presso che identica su tali temi; non c’è alcuna differenza tra linea di Fratelli d’Italia e del Partito democratico, e dunque tra i Popolari, i Conservatori e i socialisti. Tutti sono proni all’atlantismo più ottuso, tutti vogliono aumentare la spesa militare, tutti vogliono tagliare in sociale e servizi per finanziare gli armamenti e sostenere la guerra dell’Ucraina, che non ha e non ha mai avuto possibilità di sconfiggere sul campo la Russia.
Tutti sono disposti financo a utilizzare i fondi del PNRR per queste disgraziate finalità, in un tradimento criminale del futuro dei giovani e dell’Europa intera. Non è questo il sogno dei padri fondatori, non è questa l’idea del Manifesto di Ventotene e dei vari De Gasperi, Adenauer e Schuman. Di Europa c’è bisogno, l’Europa è la nostra casa comune, ma non può essere né un covo di tecnocrati pronti a strangolare le economie dei singoli Paesi né tantomeno il servo sciocco di Nato e Usa.
Sabato e domenica scegliamo quelle forze che si oppongono ad un ulteriore invio di armi in Ucraina, che dicono no al clima bellicistico che aleggia sul continente, e che propongono soluzioni diplomatiche per la risoluzione dei conflitti. Che sia la pace, e non la guerra, la parola chiave dell’Europa di domani.


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