WhatsApp Image 2026-09-05 at 09.27.57

VIE DI SETA E DI NOSTALGIA

La strada che corre nel deserto sembra non avere fine. Per lunghi tratti l’asfalto è buono, ma talvolta le buche compaiono all’improvviso e per alcuni chilometri la fanno da padrone. Ai lati si estende la sabbia. Una distesa arida, riarsa da un sole che sprigiona caldo rovente ma secco. Quando il vento si alza sposta la sabbia in ogni direzione dello spazio, e forse anche del tempo: la riporta nel Registan (letteralmente proprio “sabbia rossa”), nella mitica piazza di Samarcanda, dove secoli fa affondavano i piedi generazioni di mercanti.

Samarcanda prima di essere una città è un mito. Una promessa, come scrive Tiziano Terzani, o un sogno color turchese, stando alle parole di Franco Cardini. Ma il turchese è arrivato tardi nella storia di Samarcanda.

Prima c’era Afrasiab, la città delle origini, la Maracanda di quei greci che nel IV secolo a.C. vi arrivarono seguendo Alessandro Magno. Poi altri culti, altri popoli, prima che l’Islam portasse il suo credo e il suo impero. Gengis Khan la travolse nel 1220 con la sua orda distruttiva lasciando macerie da cui tuttavia Amir Timur, alla fine del Trecento, seppe far risorgere la città come una capitale fastosa. E’ il grande Tamerlano, il terribile condottiero che metteva paura al mondo e usava la spada contro tutto e tutti, ma non verso la sua Samarcanda. Iniziò a riempirla di monumenti nuovi, e di turchese, e di azzurro, e di cobalto. Lasciò la pesante eredità al nipote prediletto, Ulug Beg, che guardava il cielo dall’osservatorio a nord delle rovine di Afrasiab.

Che conoscenza dell’astronomia, della medicina, della filosofia e della matematica l’antico mondo islamico. Fu Ulug Beg a dare al Registan l’assetto che vediamo oggi, con la sua madrasa a cui nel Seicento i nuovi signori della città ne aggiunsero altre due. Poi per Samarcanda furono due secoli di oblio. Dalla piazza passavano ancora i mercanti, ma i monumenti cadevano a pezzi, tra incuria, terremoti e cannonate russe. Furono proprio i russi, divenuti dal 1922 sovietici, ad avviare progetti archeologici e il restauro delle gloriose vestigia. Questo lavoro lo ha completato il nuovo Uzbekistan indipendente, dopo il 1991.

In tutto il paese compaiono i manifesti con l’enorme 35, traguardo importante di una nazione tuttavia ancora molto giovane. Senz’altro giovane lo è la popolazione, con decine di bambini che sbucano ovunque e che sanno ancora divertirsi con giochi semplici. Gli anziani ci sono, ma hanno modi discreti. Gli uomini portano i cappellini tradizionali, le donne vestiti e veli colorati. Hanno sguardi mansueti, a tratti nostalgici.

L’era sovietica è lontana, e probabilmente non è di essa che i vecchi hanno nostalgia. Ma la si tocca lo stesso: nelle vecchie Trabant che circolano precarie nelle strade, nel russo che in tanti conoscono e con cui si rivolgono agli stranieri, nei cimeli che riempiono certi mercatini, tra medaglie di guerra, volti di Stalin e berretti con falce e martello.

Il periodo dell’Urss rimane purtroppo anche nelle tragedie, come per il lago d’Aral. 66.000 chilometri quadrati diventati 25 in sessant’anni, un enorme bacino d’acqua sparito a causa della folle produzione di cotone imposta da Mosca, per la quale furono deviati i corsi dei fiumi Amu Darya e Sir Darya. A Muynak, delle impetuose onde del lago e dei banchi di pesci oggi rimangono solo foto in un triste museo; le barche, mangiate dalla ruggine, stanno adagiate sulla sabbia, laddove un tempo c’era il fondale. Qui ora si procede sulle jeep, per miglia e miglia di nulla. Ciò che rimane del lago – e che rimarrà ancora per poco – lo si trova parecchio a nord, e un bagno nelle acque salate e limacciose è più un gesto simbolico che un piacere. La notte però vale il viaggio.

Una immensa luna piena, così luminosa da offuscare le stelle, rischiara il cielo del Karakalpakstan. Ci si sente a ragione fuori dal mondo, in questa arida e remota regione occidentale dell’Uzbekistan. I karakalpak sono fieri della propria cultura, non vogliono essere confusi con gli uzbeki. L’origine è in ogni caso la stessa, quel ceppo uralo-altaico che unisce i popoli dalla Mongolia al Bosforo.

Diversi sono invece i tagiki, popolo persiano e non turco. Samarcanda e Bukhara appartengono alla storia tagika, e tagika rimane ancora una buona fetta di popolazione uzbeka, ma quando nel 1924 Stalin riorganizzò le repubbliche sovietiche diede questi centri all’Uzbekistan. Tale decisione si ripercuote ancora oggi sul turismo e la fama del paese, mentre l’effettiva patria dei tagiki, il Tagikistan, arranca molti passi più indietro.

La differenza tra le due repubbliche è evidente già passando il confine. Alla frontiera si aspetta molto per i controlli, ma mai quanto aspettano le orde di camion in fila a motore spento. La gente che passa da una parte all’altra è un caleidoscopio di facce, storie, colori. Appena giunti nella parte tagika due cose si notano subito: il gran numero di auto tedesche, soprattutto Opel, e i ritratti onnipresenti del presidentissimo Ramon, classico satrapo dell’Asia centrale post sovietica in carica sin dall’indipendenza del paese. La nostra guida lo celebra, al pari dei manifesti, ma la realtà mostra una situazione ben diversa dallo splendore.

Il Tagikistan è un paese povero, privo di infrastrutture fondamentali, a cominciare dalle strade; se volessimo raggiungere la parte opposta del paese, dove si stagliano le mitiche vette del Pamir, ci metteremmo oltre un giorno. Ci accontentiamo per il momento di visitare i più vicini monti Fan, sebbene il percorso sia parimenti dissestato. Una impervia strada sterrata si arrampica lungo i sette laghi fino a 2000 metri, tra rischi di frane, polvere e precipizi da brivido. I paesaggi tuttavia sono magnifici. Non meno bella è la gente del posto, che si sposta sugli asini e vive in villaggi di fango e pietre.

I bambini ci corrono incontro: sono curiosi, hanno gli occhi brillanti, i più piccoli sono attratti dai nostri orologi. I più scaltri provano a vendere braccialetti per pochi soldi, e comprarne uno rappresenta un modo per portarsi dietro il ricordo di questa terra. Anche senza acquisti, tuttavia, non ci si può dimenticare di un simile, meraviglioso lato di mondo e della sua gente. Persone accoglienti, umili ma dignitose, che non temono il diverso.

Come nella uzbeka valle di Fergana, meta poco turistica dove da secoli prospera l’agricoltura e le manifatture si perfezionano. A Rishton fanno la ceramica, con artigiani sapienti che conoscono l’argilla e gli antichi pigmenti. A Margilon ecco i laboratori della seta, sviluppata ancora a mano secondo la tradizione a partire dai sottili filamenti dei bachi. Da qui passava proprio l’antica via della seta, e migliaia di mercanti hanno percorso in entrambe le direzioni la strada che collega l’oriente con l’occidente.

Oggi i turisti hanno preso il posto dei mercanti, ma si viene in Asia centrale con lo stesso spirito di avventura e di curiosità. Perché in fondo, come canta Roberto Vecchioni, non è poi così lontana Samarcanda. E per ringraziare Iddio di essere al mondo potendolo scoprire, queste vie di seta e di nostalgia sono tra le più adatte allo scopo.

Spread the love

Aggiungi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *