Quando Gazi Husrev-Beg all’inizio del Cinquecento la edificò per conto di Solimano il Magnifico, decise che quella nuova città nell’entroterra bosniaco sarebbe stata “il giardino delle spose”. Sarajevo ha già nel nome eleganza e bellezza, e i monti che la circondano creano una cornica amena, quasi idilliaca. Guardando la città dall’alto, magari dal monte Trebevic, l’impressione è allo stesso tempo un’altra. Sembra il luogo perfetto per essere circondato, per uno scontro militare, per un assedio.
Sarajevo il suo assedio lo ha vissuto, 1425 giorni, il più lungo della storia moderna. Dal 1992 al 1996 il gineceo sognato da Husrev-Beg divenne la porta dell’inferno, una tragedia che tutti vedevano ma che ne nessuno poteva, o voleva, fermare. Quando arrivai a Sarajevo lo feci da est, dalla strada M5 che cambiando nome e direzione conduce alla oscura Bosnia orientale, a Srebrenica, a Visegrad e a tutti i loro incubi.
C’è un breve tunnel quando si arriva in città, un passaggio che segna letteralmente la fine di una terra e l’inizio di un’altra; si entra di fatti dalla Repubblica serba di Bosnia e si esce, a Sarajevo, nella Federazione croato-musulmana di Bosnia ed Erzegovina. E’ questa la Bosnia uscita dagli accordi di Dayton del 1995, poco una e molto doppia – o trina sulla base delle etnie – con due realtà politiche sempre più distanti e un governo centrale debole, mentre sotto la superficie degli accordi in terra d’America covano odi e rancori mai sopiti, spinti dall’abile e opportunistico soffio di classi politiche nazionaliste.
Io e Sara, che viaggiavamo in auto per la vecchia Jugoslavia, entrammo nel tunnel con la pioggia che ci aveva accompagnato per tutto il tragitto da Srebrenica ed uscimmo con un sole debole ma straordinario che con l’aiuto dell’arcobaleno rese indimenticabile l’ingresso a Sarajevo. Il suo status di capitale non deve trarre in inganno. Sarajevo è relativamente piccola, non troppo caotica, misurata per gli esseri umani. Chi c’era durante l’assedio si è attaccato alla sua città come in un abbraccio stretto, infinito; molti l’eternità l’hanno raggiunta, colpiti da un mortaio o da un implacabile cecchino serbo. Dalle colline Sarajevo era un bersaglio facile, soprattutto nella grande Ulica Zmaja old Bosne, il viale dei cecchini. “Pazi snajper” raccomandavano alcune scritte sui muri negli anni di guerra, riprodotte oggi in foto onnipresenti nei musei sul conflitto.
E’ ben visibile come sia grande il numero di coloro che sono rimasti abbracciati per sempre a questo posto. Sarajevo è la città dei cimiteri, come dice Gojko a Gemma nel film “Venuto al mondo”; macchie bianche spuntano tra le abitazioni, o suoi pendii che risalgono verso quelle alture da dove la morte arrivava. Chi è rimasto vivo dopo il 1996 ha potuto scegliere se andarsene o restare, in un altro abbraccio alla propria città. Parecchi bosniaci hanno lasciato il Paese, ma c’è chi è rimasto.
A Sarajevo la gente ha guardato avanti, anche se la città multietnica, mescolata e felice di un tempo – la piccola Jugoslavia, come la Bosnia tutta – non c’è più. Bosniaci musulmani, croati e serbi ci sono ancora, ma è come se ognuno vivesse in una città a sé. Lo si percepisce bene passeggiando per le strade, guardando le persone, osservando la quotidianità. I simboli delle tre religioni sono eppure straordinariamente vicini: poche centinaia di metri tra la cattedrale cattolica del Sacro Cuore, la grande moschea Gazi Husrev-Beg e la vecchia chiesa ortodossa. Quest’ultime due addirittura sono nella stessa strada, e i loro minareto e campanile entrano in un’unica foto scattata dal basso. Un abisso però separa questi mondi, una voragine riempita da nazionalismi bugiardi e da conti col passato mai chiusi.
E’ soprattutto l’identità musulmana ad essersi imposta a Sarajevo, sin dagli anni Novanta e dal presidente Alja Izetbegovic; la sua tomba è la più grande e la si nota bene, tra le tante tombe dei tanti cimiteri cittadini. Molti uomini con barbe salafite e donne col niqab si aggirano per il centro, benchè un’anima giovane e laica riesca a farsi spazio. Non mancano i locali per turisti, i negozi tipici, la vitalità che solo il futuro può avere, pur in una città incatenata per forza al suo trascorso. La Miljacka, il piccole fiume che nasce sulle montagne di Pale, nella terra dei serbi di Bosnia, attraversa la città quasi senza fare rumore. Ma nessuno si dimentica di lei, come una cicatrice incancellabile: l’ennesima, per Sarajevo.
Segni fuor di metafora sono invece quei palazzi che testimoniano quasi trent’anni dopo la devastazione di quell’assedio. Le facciate con i fori delle bombe e dei proiettili sembrano all’inizio un piccolo gruppo, le si guarda con stupore a primo impatto. Poi ci si accorge che sono tante, che sono ovunque. Ci si abitua, anche se ogni volta che si mette un dito in uno di quei fori si rientra nella tragedia della Storia.
La guerra d’altra parte è più sotterranea a Bascarsija, il cuore storico di Sarajevo. Molti edifici sono stati ricostruiti, i secoli ottomani sono rimasti intorno alla fontana sempre piena di bambini e piccioni, o anche nel semplice profumo di caffè turco che viene dai bar. Costa poco, come d’altronde tutto da queste parti.
Da Bascarsija si può salire verso il lato est della città, e più si sale e più il silenzio cresce. C’è da salire un bel po’ per arrivare a Mackareva, la viuzza stretta e dissestata dove noi casualmente ci trovammo a dormire. Per caso e per fortuna, perché dal terrazzino di questo modesto ma emozionante appartamento la città si apre in una distesa di luce. Adnan è un ospite gentile, affabile come lo sono in realtà molti qui. Non parla volentieri della guerra, di cosa facesse quando la miccia esplose nel 1992, ma ti fa sentire a casa sebbene dalla sua terrazza ci si renda davvero conto di quanto lontana sia Sarajevo da noi, almeno in superficie. Il manto di moschee e piccoli tetti rossi rimanda a luoghi d’Oriente, più che all’altra sponda del nostro Mar Adriatico. Quanta poesia però nei canti sovrapposti dei muezzin che al crepuscolo richiamano alla preghiera. E quanta Europa in fondo in questa valle dei Balcani.
A Sarajevo di fatto per il Vecchio Continente il Ventesimo secolo si è aperto con l’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando nel 1914, e si è chiuso, come recita il cartello fuori dal tunnel. No, non è il tunnel di cui parlavo all’inizio, bensì un altro, ben più stretto, largo appena 0,80 metri e lungo circa 800. E’ il tunnel che, dalla parte opposta della città rispetto a quella da cui sono arrivato, negli anni dell’assedio i cittadini di Sarajevo scavarono sotto l’aeroporto per portare rifornimenti dalla zona in mano musulmana verso la città circondata dai serbi.
Grazie a questo budello nella terra Sarajevo è rimasta viva, malgrado probabilmente dal Ventesimo secolo non sia mai uscita. Il passato e i suoi fantasmi non ti lasciano nel giardino delle spose. Ed è forse proprio per questo che si sente il bisogno di tornarci.




Caro Gabriele, tu scrivi molto bene 👏❣️
Grazie Gabriele, hai la capacità con le parole di emozionare. Bravo!