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LAUDATA SII, ESTATE

Nelle prime luci del giorno il cielo su Impruneta è di un azzurro timido e sfumato. L’aria mattutina è tipicamente frizzante, fresca, mentre suoni diversi di uccelli si rincorrono. Sono gli unici rumori che squarciano il silenzio, eccezion fatta per qualche macchina che in lontananza ha già, seppur con pudore, i motori accesi.

Le mongolfiere invece non fanno rumore. Versione lenta, arcaica e gentile degli aeroplani, esse si muovono all’orizzonte sopra il crinale di San Casciano; si alzano in volo in tutte le stagioni, ma d’agosto verrebbe voglia di salirci sopra, perché non si rischierebbe una gelata. Si affaccia così l’estate in una mattina delle tante, o meglio poche giornate che la compongono. Tre mesi scarsi l’anno per me non sono abbastanza, sono una razione misera di cui doversi accontentare nel mezzo di stagioni che in buona parte portano freddo e meteo più avverso.

So bene di dire cose forti, visto l’inesorabile cambiamento climatico e viste le temperature infernali del giorno. Mi prendo tuttavia ogni rischio, perché io in un’estate perenne ci vivrei senza indugi.

L’estate è una stagione e una condizione dell’anima. Nulla è paragonabile all’energia e alla positività che questo periodo dell’anno riesce a sprigionare. Il giorno che dura un’eternità, il trionfo delle coltivazioni, la luminosità dell’aria, un tuffo al mare: siamo travolti da una spirale di entusiasmo positivo che ci riempie l’esistenza, ci dona rilassatezza, ci fa coltivare di più le relazioni sociali. Vestirsi ci occupa poco tempo, sentiamo il calore del sole sulla pelle, abbiamo modo di di vivere mille avventure.

Solo per il fatto di ospitare nel suo grembo le ferie l’estate andrebbe santificata; meno prosaicamente, gli elementi benefici del suo clima e delle sue suggestioni la rendono la rappresentazione perfetta del concetto di gioia di vivere.

La poesia ha decantato suggestioni e sfumature dell’estate: Cesare Pavese, Umberto Saba, Pablo Neruda, Arthur Rimbaud, per citarne alcuni. C’è poi Eugenio Montale con Ossi di seppia, raccolta del 1925 che ripercorre idealmente come un diario un’estate trascorsa alle Cinque Terre. L’estate è in Montale stagione del ricordo, dell’infanzia lontana avvolta da una cappa soffocante e quasi allucinata.

All’estremo opposto c’è l’estate di Gabriele d’Annunzio. Alcyone, pubblicato nel 1903 e terzo libro delle Laudi dopo Maia ed Elettra, racconta la parabola di un’estate toscana in cui si intrecciano l’elogio pagano della natura e il panismo: l’uomo che si fonde col paesaggio e col mito, in una metamorfosi continua e profonda. C’è qui la celebberrima Pioggia nel pineto, e c’è la Sera fiesolana.

Quest’ultima è la più antica della poesie di Alcyone, composta nel giugno 1899 dal Vate alla Capponcina, la sua villa di Settignano. D’Annunzio riprende la tipica spiritualità francescana e i versi di San Francesco per calarli in un contesto nuovo, nella tensione emotiva che celebra la natura con suggestioni romantiche e decadenti. La Sera è lodata perché porta le stelle, le “prime stelle”, belle e luminose come solo quelle d’estate. Da dannunziano convinto quale sono mi emoziono alla lettura di questi versi, e faccio mia l’estate di Alcyone, nella sua vitalità e nelle sue infinte sfumature.

Lodo l’estate e la ringrazio, perché anche se nel mio cammino talvolta ha portato dolori e difficoltà, rimane il periodo che più mi fa dire sì alla vita. Siccome però niente può essere eterno, l’estate finisce ogni anno, e bisogna allora andarsela a riprendere con il pensiero e l’attesa.

Lo canta Francesco Guccini, e citare la sua meravigliosa Lettera mi sembra un modo appropriato e necessario, seppur minimo, per celebrare la grandezza e il lascito del Maestrone:

“di chi aspetta sempre l’inverno, per desiderare una nuova estate…”
 

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