“Ho tante cose ancora da raccontare, per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto”.
Francesco Guccini conclude così la sua mitica “Avvelenata”, canzone di rancore in punta di spada e allo stesso tempo manifesto di un modo di pensare, di essere e di fare musica. Non è certo mia intenzione mandare al diavolo coloro che mi vorranno leggere, neppure coloro che non avranno la minima intenzione di farlo: delle parole gucciniane mi piace però l’idea di una libera espressione di se stessi che non sia vincolata a schemi predefiniti e men che meno al giudizio di singoli individui.
Queste cronache nascono essenzialmente dalla mia antica passione per la scrittura, per l’uso della parola come strumento di descrizione e riflessione. Dopo aver curato per oltre sette anni la rubrica Be Young del Collettivo Giovani Impruneta su Dai Colli Fiorentini (splendida esperienza per la quale rimango grato al direttore Matteo Merciai, mai censore e sempre professionista), ho deciso – giunta la fine di quell’esperienza – di aprire un mio spazio di racconto. Potrebbe essere pretenzioso asserire senza contraddittorio di avere qualcosa da raccontare; nell’epoca dei social è tra l’altro sottile il confine che separa dall’imbecillità diffusa – Umberto Eco dixit – nelle legioni di chi vuole per forza per aprir bocca.
La mia idea di blog non è tuttavia quella di un ricettacolo di sentenze, né tantomeno di verità. Ho immaginato le mie cronache come un appassionato esercizio di libertà di parola, che provi con giudizio a trarre spunto da ciò che sta fuori e da ciò che sta dentro di me. Sempre con la stella polare di quel dubbio che, come scrisse Tiziano Terzani nella lettera “Il Sultano e San Francesco”, non può essere tolto dalla nostra mente, pena l’effetto dei polmoni privati d’aria. Un dubbio da intendersi non come arma di un costante retropensiero, di un complottismo d’accatto o di uno scetticismo qualunquista, bensì come una chiave di accesso al mondo per non essere mai passivi, per cercare di comprendere, di spiegare, di andare oltre le risposte troppo immediate e la superficie delle cose.
Per queste cronache vale inoltre il principio, fondamentale nella vita, di non prendersi mai troppo sul serio. Sebbene spesso sia difficile stringerle la mano con forza, di quella leggerezza con cui Franco Battiato ne “L’animale” avrebbe voluto rinascere non dobbiamo mai mollare del tutto la presa. Perciò ho ripreso nel nome un personaggio fiabesco a cui mi associarono i miei compagni di classe in seconda liceo: mi è sempre piaciuto sentirmi un Peter Pan, guardare alla realtà cercando a volte di sfuggirle per rifugiarsi in un passato di eterna giovinezza e ingenuità. Adesso che i trent’anni si avvicinano pericolosamente, poi, il desiderio di trasformarmi in Peter cresce in modo esponenziale.
Buona lettura, e buon divertimento. Io mi divertirò senz’altro. Se poi l’imbattervi in queste cronache non sarà piacere ma tedio, andrà bene lo stesso. Basta in fondo che sia qualcosa, in quest’epoca di nulla sempre più avvolgente.
Gabriele

