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VORREI INCONTRARTI FRA CENT’ANNI

La Festa dell’Uva è la più grande fortuna di Impruneta. La Festa dell’Uva, al contempo, di Impruneta è la più grande sfortuna.

Queste affermazioni all’apparenza antitetiche sono in realtà congruenti e complementari, due facce inscindibili della stessa medaglia. La Festa è una sfortuna tragica perché diventa l’unico scopo della vita civile di un imprunetino. Se le stesse energie impiegate nell’attività rionale, se la stessa passione, lo stesso attivismo fossero impiegati per occuparsi dei temi del paese, per contribuire allo sviluppo e alla cura di quest’ultimo avremmo un territorio virtuoso avanti anni luce rispetto ai comuni limitrofi.

Invece dei problemi quotidiani a nessuno importa nulla, le persone si chiudono nella propria bolla – salvo lamentarsi di ogni cosa – e si ricordano che esiste un bene comune solo quando c’è da indossare la maglietta del proprio rione. Al contempo la Festa è stata e continua ad essere uno strumento grazie al quale sciacalli politici costruiscono fortune e ricamano una propaganda che farebbe impallidire certi regimi.

A volte penso che sarebbe meglio per Impruneta che la Festa dell’Uva non esistesse. Insieme però mi chiedo cosa sarebbe senza di essa la vita mia e di altre migliaia di persone.

Faccio sempre fatica a spiegare a chi non conosce il nostro mondo cosa sia il rione. Cosa sia, per me, il Sant’Antonio. Mille parole e descrizioni possono non servire a nulla, perché magari parla più un’immagine, un ricordo, una suggestione. Posso cominciare a spiegarlo prendendo la cena dell’altra sera, la cena della vittoria (mancata). Già, perché la coppa del centenario è andata al Pallò, il quale ha giustamente festeggiato in piazza tra soddisfazione e sfottò.

Noi abbiamo cenato a casa nostra, sotto il monte, ma in quello stare insieme in centinaia a mangiare e a cantare e poi nel divertirci con la musica c’è l’essenza di un attaccamento innato che nessuna sconfitta, nessuna delusione e nessun evento imprevisto sono in grado di scalfire.

Rione è unirsi, compattarsi, riconoscersi come parte della stessa famiglia soprattutto quando le cose vanno male, quando gli obiettivi vengono mancati e tutto sembra crollare. Non si rimane rionali perché si vince, ma soprattutto perché si prova a rialzarsi in piedi quando si cade.

Il caso ha voluto che la centesima Festa l’abbiamo persa per un punto, contro il Pallò, in una classifica che ripropone a parti invertite quella del 2000; a inizio millennio fummo noi a festeggiare per un soffio sui verdi, e proprio a quell’edizione risalgono i miei primi ricordi di una Festa dell’Uva. Immagini sfumate di una vittoria leggendaria, in un rione che avevo già iniziato a frequentare grazie ai miei zii. Avevo cinque anni, non immaginavo che per festeggiare di nuovo avrei dovuto aspettare di essere all’università.

All’inizio fu una sequela di secondi posti, quasi sempre dietro il Pallò. Io sul Pallò ci abitavo anche, ci ero nato, ma non volevo stare con quelli che vincevano sempre ed erano più forti. Alle elementari e alle medie tanti festeggiavano ogni anno, di tutti i rioni, e io e pochi altri rimanevamo sempre a bocca asciutta. Ma tutto nella vita si può cambiare tranne il rione, me lo aveva sempre detto lo zio. Quindi rimanevo ostinatamente con la maglia bianca, perché già da piccolo penso mi piacessero le minoranze poco fortunate.

I secondi posti però poi rapidamente diventarono quarti. Brucianti, inesorabili, dopo un po’ anche scontati. Gente a sfilare poca, a lavorare ancora meno. Un clima triste, freddo come i settembre di molti di quegli anni. Eppure in piazza ci andavamo sempre, in ogni condizione, e rimaneva una piccola fiammella sempre accesa. I veterani raccontavano di quando negli anni Ottanta il rione era allo sfascio, già raggiungere un terzo posto era un’impresa: pochi rimasero, ma grazie a quei pochi il Sant’Antonio si tenne in piedi gettando le basi per una rinascita.

Così non smettevamo di crederci nemmeno noi. Nel 2012 io e il Barta, amico e socio di una vita, fummo i progettisti: l’esito fu pessimo, ennesimo quarto posto, ma un clima diverso si iniziò a percepire sul rione. Nuove persone, tanti giovani, un senso di aggregazione e di entusiasmo che poteva fare da benzina ad una rinascita anche nella classifica. Quel clima, unito al genio di Niccolò e a tutta una squadra di persone che prese in mano la preparazione delle sfilate, ci fece uscire nel 2014 a riveder le stelle.

28 settembre, una data che mi porterò dentro fino alla morte. Un salto enorme sotto il Comune, la mia caviglia già malandata che si piegò di nuovo, ma nessun dolore poteva coprire la gioia infinita per avercela fatta. Quattordici anni di digiuno spazzati via da Essentia, il progetto di Alino che fece emozionare la piazza tra le ballerine del vento e la farfalla che si aprì sul finale.

Da quel giorno la storia recente del Sant’Antonio è cambiata, di vittorie ne sono arrivate fin troppe nell’ultimo decennio (anche se negli ultimi tre anni abbiamo ingoiato dei bei rospi). Non è tuttavia mai stata la classifica della domenica a determinare il mio legame con il Sant’Antonio, né tantomeno a spiegare cosa davvero esso significhi per me.

Il rione è la salita del parco in motorino trovando sempre qualcuno da salutare. E’ un insieme di maglie bianche e sporche nell’armadio, ognuna con un pezzetto di storia da raccontare. E’ il brivido di sventolare una bandiera che simboleggia una comunità. E’ l’odore del ferro, del legno e del mastice, con il quale l’uva diventa arte e ci fa capire che la Festa sta arrivando. E’ l’umido di quel bosco alle pendici del monte, il nostro monte.

E’ la stanchezza di ore piccole, prove faticose, dettagli da sistemare. E’ il cenare tutti insieme e cantare fianco a fianco, come un esercito di legionari e fratelli che difendono lo stesso colore. E’ il discutere, l’incazzarsi, l’urlare, ma anche il ridere e il fare scherzi ogni sera. E’ l’attesa, la speranza, la gioia, la tristezza, la soddisfazione e il rimpianto. E’ l’emozione di rivedere sfilate passate, o di farsi raccontare da chi le ha vissute quelle che non ho fatto in tempo a vedere coi miei occhi.

E’ il ricordo del mio Francesco, dei settembre vissuti insieme e di tutti quelli in cui l’ho sempre sentito vivo anche senza poterlo abbracciare. Sono i volti di tanti rionali che sono volati via ma lasciando un segno nel cammino di tutti, perché rionali lo si nasce o lo si diventa, ma non si smette mai di esserlo. Il rione è uno svago, uno sfogo, un divertimento, una fatica. E’ una famiglia, una seconda pelle, un’identità che va oltre la logica comune.

Passione, follia, slancio, creatività. Tutto si unisce per alla fine unire centinaia di persone, diverse magari in tutto ma legate dall’essere, indissolubilmente, dei rionali del Sant’Antonio. Vestirò di bianco i miei figli, sperando di trasmettere loro lo stesso cuore anche se magari qualche colpo di testa in meno. Ma il carro in fondo, per me, è anche questo.

Vorrei incontrarti fra cent’anni rione mio, e so che in qualche modo lo farò. Perché sarai sempre casa. E non vi è distanza, nel tempo e nello spazio, capace di tagliare delle radici così forti.

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