Domenica sera sono andato al cinema a vedere Naza. Dopo tanto tempo sono tornato al Flora, in piazza Dalmazia, un cinema di quartiere di cui apprezzavo l’intimità e l’atmosfera retrò. Mi ero perso però i lavori di “ristrutturazione”. Il mio amato Flora è diventato uno squallido e anonimo multisala qualunque, con pareti da ospedale e sale proiezioni degne dei peggiori Uci. Si vede che il destino dei cinema è questo, pur di tentare la già di per sé difficile missione di rimanere aperti.
Scegliendo di andare a vedere Naza ero consapevole di ciò a cui andavo incontro. Immaginavo sarebbe stato un cazzotto nello stomaco, ma non ne sospettavo la portata. Leggo ogni giorno notizie e articoli relativi al genocidio di Gaza e alla pulizia etnica della Cisgiordania, seguo pagine social che mostrano foto e video allucinanti sulle sofferenze quotidiane dei palestinesi.
A giugno piansi alla notizia del bambino di un anno giustiziato con un proiettile in fronte dall’Idf vicino Betlemme, mentre negli anni passati più volte le mie giornate sono iniziate nel dolore e nella rabbia alla vista di persone bruciate vive nelle tendopoli. Ho sempre studiato inoltre il conflitto israelo-palestinese, imbattendomi in racconti e testimonianze spaventosi. Naza non avrebbe dunque dovuto stupirmi, ma lo ha fatto.
Mi ha tenuto circa un’ora e mezzo inchiodato alla poltrona per poi lasciarmi, al pari degli altri spettatori presenti con me in sala, alla fine sbigottito e incapace di proferire parola. Siamo rimasti tutti alcuni minuti seduti, con un groppo in gola, gli occhi umidi e un profondo, sovrano senso di impotenza. Nonché di disgusto.
Naza è il nome in codice che Israele ha dato alle “vittime collaterali” della guerra a Gaza. La campagna militare avviata dopo i sanguinosi attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 ha ridotto Gaza a un cumulo di macerie e ad un enorme cimitero. Oltre 70.000 palestinesi sono stati uccisi, un numero che cresce ogni giorno nonostante da un anno ci raccontino la novella della pace targata Board of Peace. La maggior parte di questi cadaveri li hanno prodotti le bombe, sganciate per mesi e mesi con un’intensità paragonabile solo ai bombardamenti americani su Viet Nam e Laos nella guerra di mezzo secolo fa.
La pianificazione di questi attacchi, la loro preparazione ed esecuzione vengono raccontate nel film da 24 ex membri dell’esercito e del servizio di intelligence israeliani. Le testimonianze sono precise, dettagliate. Una ricostruzione minuziosa di come ha funzionato la macchina di morte dello stato ebraico negli ultimi tre anni.
La pellicola è girata sui tetti di Tel Aviv, di notte. Gli intervistati sono seduti, i loro volti e le loro voci (oscurati i primi e modificate le seconde, per ovvie ragioni) si succedono sullo sfondo della vita notturna della città. Il racconto è accompagnato spesso da scene di vita quotidiana di Tel Aviv, dove si vedono i cittadini israeliani che svolgono la propria vita normale: nelle case, in palestra, nei locali, a passeggio sul lungo mare. Gaza viene mostrata soltanto alla fine. Immagini di distruzione, urla, sangue. Corpi sepolti sotto le macerie, padri che si disperano. Sono pochissimi minuti, ma bastano e avanzano per devastare chi guarda. Eppure la vera devastazione viene prima, anche se non è accompagnata dalle medesime scene.
Tra i grattacieli e il traffico di Tel Aviv, nella apparente tranquillità della capitale, risuonano le parole di chi ha visto l’orrore dalla parte dei carnefici, di chi l’ha prodotto con le proprie azioni.
Se in un palazzo di Gaza era presente anche un solo obiettivo, membro di Hamas effettivo o sospetto, Israele non esitava a distruggere tutto il palazzo. I naza, i danni collaterali, potevano essere persino qualche decina. Donne, bambini, anziani. I membri dell’intelligence ascoltavano le loro conversazioni, i loro pianti, i loro sogni. Li ascoltavano fino a pochi istanti prima di sganciare una bomba che avrebbe reso quelle parole soltanto emissioni di voce di esseri umani ormai divenuti corpi morti.
Israele a Gaza ascolta ogni singola telefonata, legge ogni singolo messaggio dei gazawi. Lo fa da vent’anni, da quando Gaza fu trasformata nella più grande prigione del mondo, come l’ha definita lo storico israeliano Ilan Pappé. Chi continua a ripetere che la storia è cominciata il 7 ottobre o è un colossale ignorante o è in una putrida malafede. Israele arriva ad associare qualcuno ad Hamas semplicemente perché si è trovato in contatto, fisico o telefonico, con qualche reale membro del gruppo terroristico. Quella persona entra nel mirino, da tre anni a questa parte ha alte probabilità di venire uccisa da un drone o da un aereo carico di ordigni. Se con lei moriranno altre dieci, cento, duecento persone non è un problema di Israele. Anzi, per esso non è che un bene.
Molti esponenti del governo di Netanyahu, molti parlamentari, molti personaggi pubblici o religiosi hanno più volte invocato la distruzione totale di Gaza e l’annientamento dei suoi abitanti; chi ci va piano parla di pulizia etnica, chi ha meno remore dice apertamente che i palestinesi vanno annientati uno ad uno, perché a Gaza non ci sono innocenti.
Queste posizioni di estremismo politico e messianico (che vanno a braccetto con l’idea di creare una Grande Israele annettendo interamente la Cisgiordania, previa mano libera alle violenze dei coloni) hanno purtroppo negli ultimi decenni avvelenato buona parte della società israeliana. La gente cresce con questi pensieri malati, viene allevata guardando ai palestinesi non come uomini, bensì come bestie. Insetti, esseri inferiori. Una massa di terroristi privi di storia, cultura e soprattutto patria.
Nessuno scrupolo dunque nel bombardarli giorno e notte, nell’ammazzare i bambini nel sonno, nel distruggere intere famiglie. Nessuno scrupolo neppure nello sparare addosso a chi si accalca nella disperata ricerca di cibo. Nel film si raccontano anche le fucilate dei cecchini sui gazawi in fila per avere un piatto di minestra o un pezzo di pane; i cadaveri poi venivano lasciati ai cani, affamati più degli umani.
Naza è un documentario che si fa interrogazione collettiva sulle azioni di una macchina. Ci si chiede come può un sistema rendere ordinarie delle operazioni dalle conseguenze tanto estreme. Ascoltando i testimoni di Naza si ripropone il dilemma storiografico legato al nazismo in Germania.
A tratti questi individui sembrano Eichmann al processo di Gerusalemme: persone che hanno eseguito semplicemente gli ordini. Uomini comuni, come i tedeschi di cui parlava Cristopher Browning. Gente normale portata ad eseguire e a compiere ciò che qualcuno dice loro di fare, ciò che in fondo ritengono sia giusto, senza condizionamenti morali. E’ la banalità del male di Hannah Arendt, è l’orrore che diventa azione quotidiana.
A tratti invece si pensa a Daniel Goldhagen e ai suoi volenterosi carnefici di Hitler. Gli israeliani sembrano assolutamente convinti di quello che fanno, cresciuti come sono in una asfissiante e assurda propaganda. Ammazzare è giusto, necessario, salvifico. Israele deve salvarsi, difendersi, per diritto storico e divino.
Qualunque interpretazione si possa dare di questi fatti, il dato certo è che sono avvenuti. Come è certo che i due giovani registi israeliani sono stati minacciati di morte, di revoca della cittadinanza, di azioni legali. Questo è oggi, ahinoi, Israele.
Se dovesse passare il Ddl sull’antisemitismo probabilmente anche questo articolo sarebbe a rischio. Non intendo e non intenderò prestare attenzione a questa disgustosa censura. Perché il pensiero, come canta Lucio Dalla, dà fastidio ma non lo puoi bloccare. Si pensa tanto mentre si vede un film come Naza. Si riflette, si provano emozioni profonde, ci si vergogna per lunghi tratti di far parte della razza umana.
Andate a vederlo.


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