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BISOGNO DI BATTIATO

Ci ripetiamo spesso di aver bisogno di leggerezza. Si tratta in effetti di una reale necessità in una vita che ci vede schiacciati da problemi, scadenze, routine e talvolta drammi. Leggeri si può volare sulle giornate dimenticando ciò che ci affligge, perdendoci in pensieri meno oppressivi. Credo sia però vero anche il contrario: abbiamo bisogno di profondità.

Non di pesantezza, che di leggerezza può rappresentare l’opposto più immediato. Profondità significa riflessione, introspezione e apertura mentale. Significa cultura, spiritualità e sensibilità. Pochi personaggi pubblici hanno avuta la profondità di Franco Battiato.

Il cantautore siciliano se ne andava cinque anni fa, nella sua casa di Milo, ai piedi dell’Etna. Abbandonava il corpo mortale per volare in una delle mille vite che avrebbe potuto vivere, per liberarsi senza pesi in un’altra realtà, sconosciuta e misteriosa. Questa vita con la sua materialità l’aveva già lasciata da un pezzo, in un declino fisico che lo aveva ormai portato a non essere più padrone di se stesso. Mi piace immaginarlo sereno quando ha chiuso gli occhi e ha iniziato il lungo viaggio.

L’ho conosciuto abbastanza tardi, o almeno molto dopo rispetto ad altri cantautori. Superati i vent’anni iniziai ad ascoltare con maggiore attenzione alcune sue canzoni, scoprendo un universo di meraviglia. Ascoltavo da ragazzino “Voglio vederti danzare” seguendone il ritmo, trovando buffi tutti quei riferimenti a popoli e balli ma senza soffermamici troppo. Eppure non c’è solo un elenco che riempie una melodia. C’è un consapevole giro del mondo a livello musicale, culturale, che ho toccato con mano emozionandomi quando in Turchia, in una grotta della Cappadocia, vidi esibirsi i dervisci che girano sulle spine dorsali.

Ad un ascolto superficiale Battiato può sembrare incomprensibile, ermetico, quasi impossibile da seguire nelle sue strofe; ciò di conseguenza può scoraggiare la conoscenza della sua musica, soprattutto se da quest’ultima ci si aspetta solo frivola e trascinante banalità. Infatti bisogna avere tutt’altro approccio nell’ascoltare Battiato, buttando a mare la superficialità, così lontana dal modo di vivere del Maestro. D’altronde, come scrive Oscar Wilde, la superficialità è il vizio supremo.

Battiato lo si comprende se lo si vuole comprendere, se si è disposti ad ascoltare e non solo a sentire, se si vuole davvero viaggiare con la mente e con lo spirito. C’è sempre stata molta spiritualità in Battiato. Non una spiritualità scontata, da discount, o da occidentale à la page che vuol perdersi tra meditazione, santoni e medicina alternativa. Il Dio di Battiato è un po’ come il Dio di Spinoza: non lo si può spiegare, ma è diverso. Affascina, intriga, non rientra negli schemi confessionali.

Battiato è andato alla ricerca dell’Assoluto, dell’Infinito, passando per l’induismo, il sufismo, il cristianesimo, il buddismo, trovando una sintesi razionale non da teologo ma da curioso, e geniale, artista. Si può definire Battiato un sincretista, o un mistico, come lui stesso fece in una intervista. E’ stato un uomo del nostro tempo che non ha mai preteso di spiegare l’Oltre, pur riuscendo a toccare le religioni e a coglierne sfumature e significati a cui ha saputo, con rara maestria, collegare suoni e melodie.

Ci portava con le canzoni in mondi lontanissimi, con un canto calmo, quasi falsettato; una voce vellutata, da cui traspariva una fragilità che esplodeva tuttavia in una straordinaria forza espressiva. Battiato arriva all’anima ancora prima che all’orecchio. Scuote, smuove, turba. Emoziona. Tocca corde profonde senza che si possa rimanere indifferenti. Certo, come ho scritto bisogna avere un minimo di predisposizione e sensibilità per accogliere le sue note e le sue parole. Conosce i popoli, le etnie, le lingue. Conosce la Storia, rendendola scenario di storie musicali uniche. C’è la Cina dei bonzi e degli imperatori, il Regno delle Due Sicilie, la Russia della rivoluzione, la povera patria italiana del Novecento tra abusi di potere e parassiti senza dignità.

Ci sono tempi infiniti, e altrettanto infiniti sono gli spazi; fisici, mentali, di ogni tipo, perché i confini e le barriere non fanno parte della mente di Battiato. La filosofia ha accompagnato la sua esistenza al pari della religione, tanto da legarsi per quasi vent’anni al filosofo Manlio Sgalambro. Siciliano come lui, Sgalambro lavorò ai testi del Maestro inserendovi il proprio pensiero originale, sospeso tra esistenzialismo e pessimismo. Prima di Sgalambro Battiato era penetrato come una lama nel panorama musicale italiano, a tratti paludato e convenzionale, sicuramente poco abituato ai discorsi in apparenza sconclusionati di un ragazzo del sud che portava parole nuove e un eclettismo musicale senza precedenti.

“La voce del padrone”, uscito nel 1981, rimane uno degli album più incredibili di ogni tempo: il ritmo devastante di “Cuccurucucù Paloma”, le implacabili sentenze di “Bandiera Bianca”, i voli inafferrabili di “Uccelli”. Impossibile citare tutti i capolavori che sono venuti prima e dopo.

L’amore raramente è stato raccontato meglio che in “La cura”, oppure è stato urlato come in “E ti vengo a cercare”. Per mio gusto non posso non citare “L’animale” e il suo primo verso: “vivere non è difficile potendo poi rinascere”; “I treni di Tozeur”, e quella perenne voglia di vivere a un’altra velocità; “Alexander Platz”, una porta d’accesso al mondo perduto della Germania Orientale; “Risveglio di primavera”, con il suo sud borbonico e caleidoscopico; “Chanson egocentique”, piena di connotati psichici e verità esistenziali; “Segnali di vita”, con le meccaniche celesti viste nel quotidiano; “Inneres Auge”, splendida invettiva antiberlusconiana.

Una classifica delle emozioni è ardua da fare con Battiato, ma forse in cima metto due brani. Da una parte “L’ombra della luce”, magia in purezza che diventa inenarrabile nella versione live in arabo, al concerto di Baghdad del 1992, e dall’altra “Prospettiva Neski”, chiusa da una delle frasi più belle e profonde mai concepite: “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

C’è una nuova alba Maestro Battiato, nel tuo addio che profuma d’Infinito.

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