La natura si risveglia ed esplode. Non si tratta ancora della forza vitale di giugno, del sole cocente che fa esplodere i raccolti, ma di un manto verde che si bea di raggi già intensi e di qualche intensa pioggia. Ci si sente vivi, mentre le giornate tardano sempre più a giungere all’imbrunire.
E’ maggio, avvolgente e travolgente principe dei mesi. Nella sua luce il nostro corpo ritrova lo spirito energico, pregusta l’estate in arrivo, si abbandona a pensieri dolci portati da un vento caldo seppur raramente afoso.
I giacobini, col loro calendario rivoluzionario che iniziava il 22 di ogni mese a ricordo della nascita della République, divisero maggio a metà dandogli i nomi di fiorile e pratile. Robespierre e i suoi profeti del mondo nuovo ribattezzarono le fasi dell’anno in base alle stagioni, all’agricoltura e al clima. Di gemme e di prati maggio abbonda, e su quei prati di speranza i rivoluzionari costruirono la Francia del domani, intorno a quella ragione di cui lo storico Jean Starobinski ha parlato di “sogni e incubi”.
I sogni, lo sappiamo, fanno presto a trasformarsi talvolta in incubi. Così fu per la Rivoluzione, soffocata nel sangue del Terrore e delle ghigliottine quotidiane, e così può essere per la vita che siamo chiamati ad attraversare. Le illusioni a volte vanno a sbattere contro una realtà di cocci aguzzi, contro un muro così duro da poter spezzare l’anima in mille pezzi. A maggio ci si può illudere, lo so bene.
Le sue radiose giornate, all’apparenza generatrici di entusiasmo e futuro, racchiudono un nascosto male pronto a esplodere d’improvviso, come un squarcio nella tela che spezza l’inganno. Così erano le radiose giornate di maggio nell’Italia del 1915, quando Gabriele D’Annunzio aizzava le folle con l’inimitabile eloquio per spingere il paese verso il primo conflitto mondiale. Tutti pensavano che sarebbe stata una bella avventura, tutti vedevano gloria rapida e sicuri successi. La Grande Guerra fu invece una carneficina, un dramma di logoramento che spezzò la vita dei sopravvissuti ancor più di quella dei caduti.
Maggio ammalia con parole grandiose e orizzonti di gloria, con felicità irreali, con persone che sanno portare sapientemente una maschera e vendere il loro fumo. Maggio sa essere un po’ novembre, con una coltre di nebbia che si leva di fronte agli occhi, impedendo la vista: solo che a maggio c’è il sole, e i sogni hanno il sapore d’infinito. Quando però la nebbia si dirada, quando tutto si mostra per ciò che davvero è al di là di ogni apparenza, la consapevolezza è amara e dolorosa.
Il quinto mese dell’anno tuttavia non è solo illusione e pericolo. Nelle notti di maggio, come quelle cantate da Ivano Fossati e Fiorella Mannoia, le voci che vanno dritte al cuore sanno essere anche vere. Pure, reali, non artefatte. Si riscoprono emozioni nuove, si torna ad aprirsi ai sentimenti senza paura di farsi male. Tra i papaveri che si muovono tremolando al vento e la ginestra che sprigiona profumi e un giallo accecante, la vita restituisce una sana allegria, con progetti da affrontare e persone a cui saper dare il giusto valore.
Maggio porta l’aria di mare e riempie di insetti la campagna, apre le porte di un tempo affascinante come la forza energica di un adolescente che intraprende il suo cammino. Le rondini tornano ai loro nidi con la certezza di chi sa ricordarsi ogni anno dove è casa, dove è amore; le guardiamo con stupore e meraviglia, avvolti da un sorriso per qualcosa che si conosce ma che ogni volta sa stupire come fosse la prima. Bisogna andar via per tornare a casa, come fanno questi uccelli. A volte bisogna perdersi nella vita, per ritrovarsi.
E ci si ritrova dunque nel sole e nella natura di maggio: nei suoi suoni molteplici, nei suoi odori pervadenti, nelle sue luci diffuse. Brindo con un vino che ha radici profonde a questo mese inquieto ma unico, che ha saputo trovare sempre la sua strada e spero possa indicarmi, stavolta davvero, quella giusta per me.


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