Il potere dell’ignoranza rischia spesso di essere più forte del potere della conoscenza. Il pregiudizio, la voluta supponenza e una certa ottusità sono strumenti pericolosi che obnubilano le menti chiudendole in un recinto meschino.
Non appena si nomina Gabriele D’Annunzio, i più trasaliscono e storcono la bocca. Fascista, razzista, fanatico, infame, spocchioso, ridicolo, vuoto. Tra i più gettonati insulti al poeta di Pescara ci sono quelli sopra elencati, in una lista tuttavia ben più lunga. Per sparare boiate simili bisogna non sapere proprio un bel niente di D’Annunzio, o peggio ancora non averne mai letta mezza riga. D’altronde tra i nemici naturali del Comandante vi sono “gli imbecilli di tutto il mondo, perché non lo comprendono”, come scrisse il collaboratore e amico fraterno Tom Antongini.
Il Vate è bellezza, pura. Egli è travolgente passione letteraria e vitale, è sogno e follia, è un’inimitabile avventura che fotografa un’epoca a cavallo di due secoli. Dalla provincia d’Abruzzo, tanto cancellata nella dizione e nei costumi quanto tenuta dentro nei ricordi e in certe suggestioni bucoliche, D’Annunzio riuscì a sublimare la propria ambizione in un percorso ascendente, volutamente sempre esaltato da se stesso e da chi lo circondava.
A distanza di quasi un secolo dalla morte, ricordiamo l’uomo prima ancora che l’artista. Poco appariscente nel fisico, col suo metro e sessantaquattro di altezza, risultava eppure folgorante nell’impatto, nello sguardo, nei modi. Il suo fascino, e col tempo la sua fama, arrivavano prima della figura umana, comunque curata e perfetta in ogni dettaglio. Uomo morale e immorale, citando di nuovo Antongini, visse amori continui e mutevoli, capace com’era di attrarre attenzioni femminili e incapace, d’altra parte, di legarsi in maniera perenne e rapita a solo una donna.
La Leggenda gli fu inseparabile compagna per tutta la vita, e lo accompagnò in ogni luogo in cui si soffermò. Le stesse dimore che lo accolsero furono quasi sempre trasformate in ambienti mitici, favolosi, pieni all’inverosimile di meraviglie e di testimonianze della vita dannunziana: oggetti funzionali all’esteta, alla sua ricerca della bellezza e al suo amore per il superfluo. La Capponcina a Settignano, la Casetta Rossa di Venezia, la casa sull’Atlantico ad Arcachon, fino al Vittoriale sul Lago di Garda. Dove è passato D’Annunzio ha trasformato la banalità in qualcosa di eterno.
Che incanto i racconti su queste residenze; persino quelli su una camera d’albergo, quella che D’Annunzio occupò per alcuni mesi a Parigi mentre si immergeva anima e corpo nella Ville Lumière della Belle Epoque. L’ultima abitazione, il Vittoriale, è rimasta immutata immagine della personalità del poeta; bisogna andarci, per capire chi era D’Annunzio. Bisogna camminare nel giardino, o ancor di più percorrere gli stretti corridoi della villa, respirare il profumo delle stanze, soffermarsi su ogni dettaglio o suppellettile.
Di D’Annunzio mi ha sempre attratto lo straordinario modo di vivere, per quanto spesso lo percepisca lontano da me. Ciò che mi separa dalla sua visione del mondo allo stesso tempo mi calamita. Se avessi avuto vent’anni al tempo, con ogni probabilità sarei partito con lui per l’impresa di Fiume, episodio di cui spesso si parla con ignoranza e grottesca superficialità.
L’avventura fiumana rappresentò soprattutto una rivolta generazionale contro ogni regola costituita dal liberalismo, dal socialismo, dalla diplomazia tradizionale e dalle convenzioni, e in questo fu un’anticipazione del Sessantotto. Per sedici mesi a Fiume si riversarono scrittori, militari, aristocratici, femministe, ragazzi scappati di casa, i quali si ritrovarono protagonisti di un intreccio di amori, cospirazioni e beffe che riuscì a resistere alla grandi potenze mondiali, ancora impegnate negli accordi post guerra.
Nell’immaginario collettivo D’Annunzio viene associato al fascismo e l’impresa di Fiume bollata come un piccolo episodio di un nazionalismo fanatico e fascisteggiante. Nulla di più falso. Non fu mai fascista D’Annunzio, né tantomeno lo fu l’esperienza fiumana. E’ vero che tra i legionari del Comandante si ritrovano personaggi che poi diventeranno fascisti di primo piano, come Ettore Muti, ma accanto ad essi troviamo sindacalisti, come Alceste de Ambris, e futuri antifascisti.
Il fascismo saccheggiò simboli, rituali e motti di Fiume: i discorsi dal balcone, il culto per i caduti e le bandiere, il me ne frego, l’a noi!, l’eia eia alalà, le camicie nere e i fez degli arditi, Giovinezza, le marce, le cerimonie di giuramento. Mussolini in realtà fu ambiguo con D’Annunzio, e anzi collaborò col governo di Roma per stroncare la realtà fiumana alla fine del 1920.
L’essenza libertaria di Fiume fu lasciata volutamente in soffitta dal fascismo. La Fiume di D’Annunzio fu innanzitutto una contro-società sperimentale, in contrasto con i valori dell’epoca: persino Lenin ne notò il “carattere rivoluzionario”, e la “Carta del Carnaro”, la Costituzione scritta da D’Annunzio e De Ambris nel settembre 1920, ha elementi che si rifanno al sindacalismo e poggia su concezioni di libertà, diritto al lavoro, suffragio universale, uguaglianza politica, etnica e religiosa, laicità, libertà dei costumi. Non proprio i cardini del futuro Stato fascista in Italia.
Dopo Fiume D’Annunzio divenne principe, di Montenevoso: così lo investì re Vittorio Emanuele III quando, nel 1924, Fiume tornò finalmente all’Italia. E a Fiume, in quei mesi incredibili, il poeta si sentì ugualmente investito di tale titolo: “la sorte mi ha fatto principe della Giovinezza sulla fine della mia vita”, ebbe a dire durante la Reggenza del Carnaro.
D’altronde, come ho detto sin dal principio, D’Annunzio va conosciuto, oltre la superficie. E va letto. Il Vate ci ha lasciato alcune delle pagine più emozionanti della letteratura italiana. Sfogliate la vicenda de Il Piacere e immergetevi nella Roma decadente di fine Ottocento, tra i palazzi di Trinità de’ Monti e i salotti di Andrea Sperelli. Declamate ad alta voce le poesie di Alcyone, e perdetevi nella parola che diventa musica, nella natura che si fonde con l’essere umano, nel lirico svolgimento di un’estate di suoni, odori e passioni. Leggete con pudica circospezione il Notturno, e partecipate della potenza meditativa di un D’Annunzio ferito nella vista e distaccato dalla Storia.
L’invito è lanciato. Entrate nel mondo dannunziano, fatene esperienza. Una volta data la mano al Principe Gabriele, ve lo assicuro, non riuscirete più a spezzare la presa.
EGO SUM GABRIEL QUI ASTO ANTE DEOS – ALTIBUS DE FRATRIBUS UNUS OCULEUS – POSTVORTAE ALUMNUS – ARCANI DIVINI MINISTER – HUMANAE DEMENTIAE SEQUESTER – VOLUCER DEMISSUS AB ALTO – PRINCEPS ET PRAECO.


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