Metto subito le mani avanti, e ammetto la mia colpevolezza. Sono un reo, per giunta recidivo, pronto a confessare i miei misfatti.
Come hanno affermato alcuni dei più illustri esponenti della nostra Amministrazione comunale, se i visitatori non stanno ancora affollando Impruneta è anche perché le continue voci critiche di chi denuncia il desolante vuoto del centro storico hanno una funzione deterrente. Perbacco, come abbiamo fatto a non arrivarci prima? Cittadini, esponenti politici, commercianti, avventori, chiunque in questi mesi abbia dipinto a tinte fosche la situazione creatasi con la nuova viabilità ha davvero enormi responsabilità nel declino del paese.
Ce li vedo proprio i potenziali visitatori di Impruneta a spulciare i comunicati sui giornali locali, a seguire le dirette dei consigli comunali, o a captare le voci che rimbalzano nella provincia, nella regione, o perché no in tutta la nazione; li ho davanti agli occhi, pronti a partire per una bella gita imprunetina ma fermati all’ultimo dalle dichiarazioni dei denigratori della nuova messianica viabilità. Non cerco dunque appello, e sono pronto a pagare per le colpe passate e per quelle che accumulerò con questo articolo odierno. Tuttavia, per non rendersi conto della realtà bisogna essere ciechi, sciocchi o in malafede.
Il 2025 per Impruneta è iniziato allo stesso modo in cui era finito il 2024. Una sorta di cappa immobile avvolge il capoluogo, un senso di sfilacciamento sociale, di mancanza di energia, di squallore diffuso. Le condizioni amministrative del territorio sono comunque le stesse da anni, anche nelle frazioni: opere pubbliche incompiute, trascuratezza, sprechi di denaro, servizi scadenti e soprattutto nessuna prospettiva per il futuro. Mai come nei pressi di piazza Buondelmonti si respira però una tristezza così penetrante.
Mi hanno colpito poche settimana fa le parole di un amico, il quale, lontano ormai da mesi da Impruneta, nel passare per la prima volta dal paese ridisegnato tra paletti e sensi unici ha provato sensazioni pessime: ha definito questa viabilità “nefasta per la vita sociale, i giovani, il cuore pulsante di una comunità”, una scelta a suo giudizio “creata ad hoc per imperare dal balcone senza avere nessun tipo di fastidio. Ma così il paese muore: forse è già morto”. Tali parole mi hanno colpito profondamente, anche perché provengono da una persona estranea ad ogni fazione politica locale, nonché estremamente intelligente e lucida nelle sue analisi. Vorrei non fosse così, ma egli ha ragione. Maledettamente ragione.
Questa Amministrazione sta costruendo un deserto, in maniera ostinata, ottusa e irreversibile. A livello simbolico, è senza dubbio l’immagine più appropriata. Sin dall’inizio ho paragonato l’assetto viario voluto da Riccardo Lazzerini ad una piramide, un capriccio megalomane e ideologico per lasciare un segno. Infatti ho definito il Sindaco un Faraone, per queste tendenze da sovrano assoluto che ha bisogno di imperare e proiettare nell’azione di governo i propri sogni (o incubi, per chi li subisce) a prescindere dall’effettiva situazione del territorio, dalle evidenze e dal buon senso. Le piramidi si associano al deserto, e dunque è perfetto ciò che sta accadendo ad Impruneta.
I sovrani assoluti inoltre si sa che detestano le critiche, e che hanno necessità di annullare il dissenso, di silenziarlo, o di delegittimarlo; “se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera”, scrive George Orwell in 1984. Siamo bombardati da quasi un anno da una narrazione imperturbabile, granitica, la quale non ammette che vi siano crepe nel visionario progetto del Faraone. Mica è vero che il centro storico è vuoto, mica è vero che i negozi lavorano meno.
Nell’ultimo Consiglio comunale il Sindaco ha avuto l’ardore di affermare che Impruneta non è New York, e che nessuno si è perso o può perdersi nel centro storico. In fondo, che io stesso, come tanti altri, abbia incontrato più persone spaesate e incapaci da sole di uscire dal gioco dell’oca partorito dalla Giunta, è soltanto una menzogna; come è falso che la cartellonistica faccia pietà, e in alcuni casi sia ancora parziale, se non contraddittoria e confusa. La verità è solo quella che ci raccontano i comunicati della maggioranza, o i canali istituzionali trasformati ormai in perfette Pravda d’altri tempi.
Per aumentare ancora di più il carico propagandistico ecco che Impruneta Riparti ha scoperto – con qualche anno di ritardo – anche i social, tirando fuori dal cilindro una pagina che con fierezza propone ogni simbolo del carrozzone governativo: ci sono tutti, i simboli di maggioranza, comprese forze estinte come il Coraggio di Cambiare o quasi estinte come i Socialisti.
Se il buongiorno si vede dal mattino, non sarà una gran giornata per questo megafono governativo, che ha esordito con un post dove la grammatica è ancora peggiore dei contenuti. Accenti, virgole e sintassi evidentemente sono orpelli da fascisti, e dunque meglio buttarsi sui concetti, quelli di sostanza; ovvero, un testo in cui si fa riferimento ad un post del sottoscritto con intenti nella loro testa denigratori, senza tuttavia che il mio nome venga mai fatto. Non hanno neppure il coraggio di dire apertamente ciò che (a fatica) pensano, neppure il coraggio di fare nomi e cognomi ed essere chiari.
D’altronde alla corte del Faraone non sono ben viste persone con la schiena dritta e libere. E il dissenso, quando è possibile, meglio trasformarlo in favore, spostando pedine ed esponenti politici come in un gioco da tavola: è già successo, e vedrete che risuccederà a breve. Non tutti però ci stanno, non tutti sono manovrabili e a disposizione. Chi non è “acquistabile” dunque si tenta di piegarlo con le intimidazioni, con le querele: effettive, minacciate, per interposta persona. L’importante è rimettere a posto chi non china la testa. Tuttavia con Voltiamo Pagina sono sempre cascati male, e continueranno a farlo.
L’azione di desertificazione non risparmia niente, dalla vita sociale del paese alla coerenza, e financo alla lingua italiana. Proviamo a rimanere oasi di resistenza civile, in questa satrapia di sabbia.

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