Emanuela-Loi-e-la-scorta

GLI ANGELI DELLA SCORTA

“E invece viene un giorno nella vita

Che scegli e se non scegli l’hai tradita”

Canta così Roberto Vecchioni nel suo brano Cappuccio rosso, una struggente poesia dedicata ad una giovane ragazza turca che decise di andare a combattere con i curdi in Siria contro l’Isis. Trovò la morte sul campo di battaglia, ma scelse per cosa vivere: dunque, scelse di vivere.

Ho sempre pensato che nel nostro cammino non possiamo rimanere immobili, indifferenti. Credo sia necessario scegliere da che parte stare, alzare la testa, essere protagonisti di una vita in cui si nutrono ideali e sentimenti e si è disposti a prendersi anche dei rischi per difendere principi irrinunciabili, pilastri su cui poter costruire un cammino da persone libere.

Così ho deciso di vivere ogni giorno, nella sfera privata e in quella pubblica, e su questa scelta hanno influito gli esempi di persone che sono i modelli da cui ho scelto di farmi guidare. Nella mia cameretta prima e nel mio studio adesso c’è la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Simboli universali della lotta alla mafia, i due magistrati palermitani incarnano i principi della legalità, della difesa dello Stato e del senso del dovere. Hanno combattuto e picconato Cosa Nostra attraverso il loro lavoro come magistrati, e poi come eroi hanno sacrificato la vita pur di non arretrare di fronte alle minacce, alle intimidazioni.

La paura è umana, l’importante è non farsi condizionare da essa diceva Falcone. Mai la vigliaccheria ha attraversato la mente dei giudici, sebbene fossero consapevoli del tragico destino a cui andavano incontro. Ho scritto e parlato tante volte di Falcone e Borsellino, nonché dei tanti altri magistrati, giornalisti, attivisti uccisi dalle mafie. Ho raccontato i depistaggi dietro alle stragi, la collusione dello Stato, l’insopportabile mancanza di verità e giustizia che continua a macchiare questo Paese.

Ho descritto la solitudine di uomini abbandonati dalla società e dalle istituzioni, i quali con dignità e infinito coraggio hanno guardato in faccia la morte lasciando alla mia e a tante altre generazioni un esempio eterno di rettitudine e legalità. Scelsero, gli eroi dell’antimafia. Scelsero, Falcone e Borsellino. Con loro tuttavia ci furono altri che scelsero, rischiarono e pagarono ciò con la vita.

Otto agenti di scorta morirono nel 1992 nelle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il 23 maggio insieme a Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo caddero Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo; il 19 luglio saltarono in aria con Paolo Borsellino gli agenti Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina ed Emanuela Loi.

Alcuni sopravvissero alle due esplosioni, ma come hanno sempre raccontato nelle interviste una parte della loro vita se ne andò per sempre con quelle bombe: Giuseppe Costanza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzza si salvarono a Capaci, Antonino Vullo in via d’Amelio. Curo da due anni a scuola un progetto di educazione civica finalizzato a ricordare gli agenti di Polizia caduti del 1992 e soprattutto a trasmetterne l’insegnamento e i valori. Cerco di mostrare ai miei ragazzi che, in un mondo dove tutti sembrano interessati solo a se stessi, al proprio orticello, fatto in molti casi soltanto di fama, denaro e privilegi, c’è stato chi ha saputo sacrificare stabilità, serenità e financo la vita per difendere la legalità e fare fino in fondo il proprio dovere.

Scrive Oriana Fallaci: “Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie. Lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità”. I ragazzi delle scorte non cercavano riconoscimenti, non volevano qualcuno che li ringraziasse. Credevano nello Stato, nella divisa, nella lotta alla criminalità. Sentivano di dover obbedire a principi più grandi, qualunque fosse il prezzo da pagare.

La strage di Capaci è rimasta oggi in un simbolo tremendo e potentissimo. Quarto Savona 15 è la sigla radio della Fiat Croma blindata che fu centrata in pieno dall’esplosione dell’autostrada. Si piegò e si accartocciò come una pallina di carta. Questa informe e indistinguibile massa di rottami da molti anni gira l’Italia per portare l’insegnamento e narrare la vita di chi sedeva al suo interno.

Il caposcorta era Antonio Montinaro, leccese, figlio di un pescatore. Diceva che “la paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. È la vigliaccheria che non si capisce”. Aveva trent’anni, gli stessi di Rocco Dicillo, pugliese pure lui; nel 1989 aveva salvato la vita di Falcone all’Addaura scoprendo la borsa di esplosivo, e avrebbe dovuto sposarsi due mesi dopo Capaci. Una famiglia ce l’aveva già invece Vito Schifani, il più giovane dei tre. La moglie Rosaria gli aveva anche donato un figlio di quattro mesi, e le lacrime e le urla di questa donna nella cattedrale di Palermo il giorno dei funerali scuotono ancora l’Italia.

In via d’Amelio la Fiat 126 carica di esplosivo si portò via cinque anime. Il fato venne a prendere il caposcorta Agostino Catalano, che il 19 luglio era in ferie ma venne richiamato all’ultimo in servizio. Aveva tre figli, era un padre pieno d’amore. Così come ra padre Claudio Traina, che dopo la formazione come poliziotto nel nord Italia aveva chiesto il trasferimento a Palermo: voleva entrare nel servizio scorta, voleva servire lo Stato. Anche Walter Eddie Cosina, nato in Australia da famiglia triestina, aveva richiesto di entrare nella direzione antimafia. Il giorno della strage decise di far riposare un collega, e andò così incontro all’ultimo grande sacrificio.

Il più giovane di tutti era Vincenzo Li Muli, un ragazzo di 22 anni innamorato dei motori e della fidanzata Vittoria. Amava anche la Polizia, e nel vedere in tv le immagini di Capaci pianse amaramente davanti alla vigliaccheria della mafia e del suo tritolo. Divenne uno degli angeli custodi di Paolo Borsellino, e ne condivise il destino. L’unica donna del gruppo era Emanuela Loi, la prima donna poliziotto a morire in una strage di mafia. Sorrideva Emanuela, con un sorriso spensierato e contagioso. Veniva da Cagliari, dalla Sardegna, dove un giorno avrebbe voluto far ritorno per sposare il suo fidanzato; se ne andò a 24 anni, pagando il prezzo dei suoi ideali e del suo spirito di servizio.

I corpi dei ragazzi di via d’Amelio, così come di quelli di Capaci, dopo le esplosioni andarono in pezzi. Fu pietoso e macabro doverli ricomporre, in quell’inferno palermitano. Le loro anime però sono sempre rimaste integre. Indistruttibili, non frantumabili. Monoliti di legalità e di senso del dovere, hanno attraversato tre decenni e continueranno il loro cammino per mostrare la parte più bella e pura di questa disgraziata Nazione.

A voi, eroi in divisa, va il commosso ringraziamento della parte sana d’Italia. Quella non collusa, quella non indifferente, quella non mafiosa. Quella che ricerca verità e giustizia. Quella che crede che sia possibile scegliere come vivere, e che si possa e si debba vivere a testa alta, costi quel che costi.

Spread the love

Aggiungi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *