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L’EREDITA’ DI TIZIANO TERZANI

“Per il tanto che mi ha fatto pensare e per il bene che mi ha trasmesso, gli dico grazie”.

Sulla copertina di “Un altro giro di giostra” si trovano queste parole di Gad Lerner, che sento di poter fare mie a piene mani. In un momento particolare della vita, il libro che racconta una straordinaria esperienza interiore tra la malattia e il mondo esterno ha avuto su di me un impatto fortissimo, illuminante, taumaturgico. Il mio rapporto con Tiziano Terzani, di cui sino a quel momento avevo letto solo poche righe e che apprezzavo in maniera generica, non approfondita, è iniziato così, abbastanza tardivamente; il mio primo libro di Terzani è stato per altro il suo ultimo grande testo, quindi mi sono avvicinato a lui dalla fine e non dall’inizio del suo lungo viaggio, ma è stato un tuffo senza ritorno nelle pagine e nel pensiero di questo protagonista del Novecento.

Terzani se n’è andato vent’anni fa, il 28 luglio del 2004, nel suo ritiro di Orsigna, luogo ameno sull’Appennino pistoiese dove il piccolo Tiziano veniva da bambino a respirare aria buona e curare l’asma. Accanto alla casa di famiglia, aveva fatto costruire due gompe, ovvero due piccole e umili capanne a cui aveva dato l’affettuoso nome in uso tra i tibetani: lo riportavano alle montagne dell’Himalaya, a quelle vette dove in solitudine, in compagnia soltanto di un vecchio saggio, aveva trovato finalmente la pace nel percorso della malattia. In una di queste gompe, dove tutto ancora è rimasto immutato, ebbe inizio vent’anni fa il suo ultimo viaggio.

Qualunque sia la dimensione spirituale in cui la sua anima adesso risiede, non c’è dubbio che Terzani è ancora presente: sia come energia, la quale come egli sosteneva esiste al di là della materia e invade ogni cosa, sia come insegnamenti, perché i suoi testi e il suo pensiero si dimostrano di straordinario interesse e di fortissima attualità.

Fiorentino di nascita, del quartiere popolare di Monticelli, da dove si affacciava per guardare il colle di Bellosguardo nel quale avevano avuto dimora tanti grandi della storia d’Italia, e in cui ancora oggi risiede la moglie Angela Staude. L’identità della sua terra se l’è sempre portata dietro, manifesta tra le righe anche nella prosa. Teneva con sé il ricordo di una miseria tosta ma dignitosa, di una Firenze non ancora svenduta; un piccolo mondo antico, un punto di partenza con radici profonde. Partì giovane però dalla sua terra, prima per un noioso lavoro alla Olivetti e poi, quasi per caso, per raccontare la realtà ed entrare nei momenti chiave della Storia.

Terzani ha legato gran parte della propria vita all’Asia, continente in cui ha vissuto per trent’anni spostandosi continuamente nelle sue infinite diversità. Vi giunse nel 1971, dopo alcuni anni negli Stati Uniti trascorsi a studiare e a conoscere, insieme alla moglie e grande amore Angela, la pancia più profonda dell’America; Singapore fu la base da cui partì per raccontare, come corrispondente di Der Spiegel, la guerra in Vietnam, con i reportage coraggiosi che non lasciano spazio alla narrazione di facciata. Da lì poi la Cambogia di Pol Pot, la Cina comunista – infatuazione giovanile che gli mostrerà poi il lato feroce e oscuro con l’arresto e l’espulsione dal Paese – la Thailandia, il Giappone, l’India, la più amata delle terre d’Asia. Buona parte degli scritti che Terzani ci ha lasciato è legata alla sua vita di giornalista errante, come “In Asia”, “Un indovino mi disse”, “La porta proibita”, o “Buonanotte, signor Lenin”, racconto sulla caduta dell’impero sovietico vissuta in prima persona durante un viaggio che dalla Siberia lo condusse poi a Mosca.  Ogni parola che ci ha lasciato è carica di bellezza, e di spunto.

Uno degli scritti più attuali è senza dubbio “Lettere contro la guerra”. Dopo gli attentati terroristici dell’11 Settembre 2001, il giornalista fiorentino scrisse una serie di epistole per invitare l’umanità a non farsi travolgere dagli istinti di odio e violenza: “fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza. Facciamo ognuno qualcosa”. Terzani descrive l’Afghanistan martoriato dalle bombe americane, racconta i talebani in maniera molto diversa- seppur mai indulgente -rispetto alla propaganda occidentale, arriva persino a indagare le ragioni e i pensieri dei combattenti della jihad: non per giustificare, ma per capire. Una lezione che dovremmo tenere sempre a mente anche nella vita privata.

Nella più famosa delle lettere, quella inviata ad Oriana Fallaci dal titolo “Il Sultano e San Francesco”, Terzani demolisce l’idea dello scontro di civiltà cara all’amica giornalista “chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo” di New York, e la invita a dubitare, perché “il dubbio è il fondo della nostra cultura; voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’aria ai nostri polmoni”. Ho scelto proprio questa frase per presentare il mio blog, convinto dell’importanza di una perenne azione critica che tenga le nostre menti sveglie e capaci di non appiattirsi.

L’odio secondo Terzani non può essere combattuto con altro odio, e alla violenza non si può rispondere con la violenza, convinti comunque che i civili morti a Kabul per il cosiddetto effetto collaterale delle bombe contro Al Qaida abbiano meno valore di quelli caduti al World Trade Center. La via delle pace, del dialogo e della cessazione degli investimenti militari indicata da Terzani appare di straordinaria attualità vent’anni dopo, al tempo del conflitto in Ucraina e del genocidio a Gaza. Le sue lettere contro la guerra infatti andrebbero lette ogni giorno, discusse in ogni dove, appese nelle scuole. In un mondo che procede spedito verso un conflitto mondiale, tra interessi, follie e pericolose cecità, fermarsi e capire l’importanza della pace potrebbe salvare tutti noi da un destino atroce.

Per questo insegnamento, e per tanti altri, mi sento grato verso Tiziano Terzani, pur senza averlo mai conosciuto. Gira ancora la sua giostra, e vale la pena, attraverso le pagine di un libro, girare insieme a lui.

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