453723255_8259422340744379_3854467873070908420_n

IL MALE NASCOSTO DI VISEGRAD

L’orrore peggiore non è sempre quello che si può vedere. La morte, lo sterminio, la sofferenza e la brutalità impressionano ogni volta che li abbiamo davanti, ogni volta che ci vengono mostrati: ma è quando sono celati dietro un’apparente tranquillità che fanno più paura.

La Bosnia per me è un posto del cuore. Ci misi piede per la prima volta cinque anni fa, e ci sono tornato in questo luglio insieme a Emanuele, compagno di studi e di molti viaggi, quasi tutti nell’Est di cui buona parte nei Balcani. In questa aspra fetta di mondo, poco conosciuta e spesso banalizzata, c’è un richiamo storico e culturale a cui entrambi siamo sensibili; la ex Jugoslavia non è tutta uguale, e non lo è neppure la Bosnia, spezzata, divisa e segnata nel momento stesso in cui è nata come Paese indipendente.

La Bosnia è un aborto, non bisogna avere paura a dirlo. Gli accordi di Dayton del 1995, che misero fine a tre anni di guerra con almeno 100.000 vittime, hanno prodotto una bestialità politica e giuridica con i piedi di argilla, o anzi di fango, come quello del terreno riempito di fosse comuni e di morti che ancora dopo trent’anni continuano a riaffacciarsi. Il nuovo Stato fu diviso in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba di Bosnia, dotate di ampie autonomie ma sulla carta unite da un governo comune a Sarajevo.

Il loro stare insieme è una mera facciata imposta dall’esterno: appena si varcano i confini dell’altra parte, la Republika Srpska autoproclamata dal criminale di guerra Radovan Karadzic il 9 gennaio 1992, ci si accorge immediatamente di essere altrove. Ci si accorge che non esiste unità etnica in Bosnia ed Erzegovina. Che le ferite del passato non si sono chiuse, e mai forse si chiuderanno nelle prossime generazioni. E che chi ha vinto ed è stato legittimato alla fine si è preso tutto il malloppo, anche ciò che è arrivato dal genocidio.

Dobrodosli, benvenuti, recitano i cartelli in cirillico alle frontiere. La Repubblica serba ha una sua polizia, un suo sistema autostradale, un suo sistema postale; ha la sua acqua, fieramente serba, e financo la sua birra (montenegrina in realtà, ma comunque di gusto ortodosso): guai a chiedere birra croata, i camerieri possono ridervi nel viso. Ha anche un territorio bellissimo, come ce l’ha un po’ tutta la Bosnia. Montagne selvagge, verdi, secoli di storia e di popoli diversi che si sono susseguiti, uniti, sovrapposti e scontrati. Fino a insozzare la natura col sangue. E’ nella parte serba che si trova Srebrenica, villaggio anonimo in cui nel luglio 1995 le truppe del generale Ratko Mladic uccisero in pochi giorni oltre 8000 persone. L’atto finale della barbarie balcanica, il culmine di un orrore progressivo.

Ma dove è stato, in Bosnia, l’inizio dell’inferno? La fine appunto la conosciamo tutti, con le celebrazioni internazionali dell’11 luglio, il memoriale di Potocari; quelle oltre 8000 anime hanno almeno un ricordo costante, l’orrore della loro sorte, pur tremendo, è visibile, manifesto.

A Srebrenica però ci è arrivati partendo da Visegrad. L’atto primo, l’alzata del sipario. Solo che questi morti e queste atrocità non hanno quasi nessuno che li ricordi. Se li è presi l’oblio, o meglio se li è assorbiti la normale quotidianità di chi ha avuto tutto l’interesse a farli sparire. Siamo sempre nella Repubblica serba, a poca distanza dalla Serbia vera. Visegrad si trova nell’idillio paesaggistico della valle della Drina, fiume cantato dallo scrittore Ivo Andric che nel 1961 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. “Il ponte sulla Drina”, il suo romanzo più celebre, prende il titolo proprio dal ponte ottomano che il pascià Mehmed Pasa Sokolovic fece sostruire nel Cinquecento. Struttura magnifica, grandiosa, undici campate dichiarate nel 2007 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Nel 1992 queste pietre hanno tuttavia visto la parte peggiore dell’umanità. Hanno visto il male, in purezza.

Gli abitanti musulmani di Visegrad, un tempo componente etnica maggioritaria in città, a partire dall’aprile di quell’anno iniziarono ad essere portati sul ponte per venire giustiziati. Si sparava loro un colpo in testa, o li si sgozzava. Un bambino venne tagliuzzato mentre due donne dovevano berne il sangue. I neonati venivano gettati di sotto e finiti con un colpo al volo. Tutti dentro, tutti nella Drina, il placido fiume che nel giro di pochi mesi divenne una delle più grandi fosse comuni della Storia; addirittura, nel giugno del ’92 il direttore di una diga sulla Drina in Serbia scrisse alle autorità di Visegrad chiedendo ai “responsabili di rallentare il flusso dei corpi che galleggiano nel fiume perché inceppano le turbine”.

Sul ponte oggi camminano donne, uomini, bambini; persone serene, che scattano foto al paesaggio o ai propri sorrisi. Niente ricorda quei fatti. E’ la prima di tante, infinite cancellazioni del passato. Il nostro appartamento era proprio a pochi metri, con un giardinetto di quiete e una vista perfetta sul manufatto ottomano. Tra noi e la strada un casottino malmesso, con sul muro segni di proiettili, di schegge di granata e il classico simbolo serbo a vernice bianca, le quattro C dell’alfabeto cirillico: “solo l’unità salva i serbi”. Probabilmente a quel muro è stato fucilato qualcuno. Così come probabilmente nella casa dove alloggiavamo, di proprietà di una cortese anziana serba, fino a trentadue anni fa vivevano dei musulmani, a cui magari un gruppo di paramilitari fece irruzione per uccidere gli uomini, stuprare le donne e requisire ogni cosa. Successe a molti in quella primavera.

Inizialmente fuggiti allo scoppio delle prime tensioni, i bosniaci musulmani furono riportati in città con la forza del ricatto per poi diventare preda delle bestie serbe. Persone comuni, magari i propri vicini di casa, i propri amici, colleghi, gli insegnanti dei propri figli. La convivenza pacifica di decenni fu spazzata via da un nazionalismo brutale, alimentato da vecchi odi e sapientemente orchestrato dall’alto. Quello di Visegrad fu un modello di pulizia etnica che venne applicato poi sistematicamente dalle milizie serbe in tanti angoli della Bosnia. I protagonisti a Visegrad furono i cugini Lukic. Milan, il più brutale e famoso, girava per la città con la sua Passat rossa e decideva della vita e, più spesso, della morte delle persone. Fu lui che il 14 giugno 1992, giorno della festa serba di San Vito, appiccò il fuoco in una casa di Pionirska ulica dopo avervi rinchiuso oltre settanta persone: 55 morirono dopo ore di agonia, tra cui una bambina di due giorni. Alcuni riuscirono a scappare, ma solo pochissimi si salvarono dalle fucilate di Lukic e compagnia.

Io ed Emanuele abbiamo cercato a lungo la casa, ma non l’abbiamo trovata. Abbiamo trascorso oltre un’ora a confrontare le foto della casa, oggi ristrutturata e con una piccola targa su una parete, con le abitazioni che ci trovavamo davanti, ma nessuna corrispondeva; c’è un intero quartiere che si chiama Pionirska ulica, e non è facile muoversi nelle sue strade strette tra asfalto sconnesso, erbacce e maiali. Soprattutto non è facile chiedere alla gente, perché nessuno al nome Pionirska ulica ti indirizza a quella casa: tutti pensavano che stessimo cercando un qualche affittacamere. E noi, in quel clima di ostilità, ci siamo guardati bene dal fare richieste specifiche.

D’altronde Visegrad oggi è una città serba, abitata quasi interamente da serbi e dove i simboli serbi sono ovunque. Le bandiere bianche, rosse e blu della Repubblica, i murales col cappello di Mladic, i monumenti ai loro caduti della guerra. La gente ha un’aria abbrutita e alienata, se non talvolta sinistra, in questa assurda parte di mondo. Mentre stavamo seduti al tavolo del ristorante guardavamo un uomo sulla sessantina accanto a noi, ben distinto e in attesa di un amico. Ci chiedevamo dove fosse e cosa facesse trent’anni fa, e ci venne un brivido di paura. Suggestione? Può darsi. Ma parecchia gente locale sopra i cinquant’anni è probabile che abbia sgozzato, torturato o stuprato qualcuno.

Ci sono tanti resti del conflitto, tra case semidistrutte e zone abbandonate: ma è una guerra che i serbi hanno vinto. I pochi musulmani che hanno avuto a inizio anni Duemila il coraggio di tornare vivono nel piccolo quartiere di Kosovo Polje, squarcio di miseria ancor più profonda in una regione che è tra le più povere della Bosnia. I loro simboli sono stati cancellati, le moschee fatte saltare in aria, tranne una. I loro cimiteri sono più piccoli di quelli dei serbi, più dimessi. Il più ampio si trova vicino a Pionirska, e contiene una stele che la comunità musulmana ha fatto costruire per ricordare le vittime del genocidio. Non è questa però la parola che possono usare.

Nel 2014, la Municipalità di Visegrad ha ordinato che tale termine venisse eliminato dalla stele: un funzionario si presentò una mattina con una semplice smerigliatrice, e in pochi minuti cancellò ciò che per i serbi fu semplicemente uno dei tanti episodi di scontro di una guerra patriottica. Adesso si legge a malapena la scritta a pennarello che qualche coraggioso ha provato a rifare.

Per cancellare la Storia può bastare però ancora meno, addirittura un semplice opuscolo. In quello che noi ci siamo trovati nell’appartamento, a firma dell’ufficio turistico del posto, l’attrazione numero 13 è segnata come Visegrad Spa: un apparente centro termale, un albergo dove godere delle salutari acque di questa valle. Il Vilina Vlas – capelli di fata, questo il suo nome – non è tuttavia un posto qualunque. E’ l’hotel degli stupri.

Qui tra il 1992 e il 1995 circa duecento donne bosniache, numero assai approssimativo, sono state rinchiuse, torturate, stuprate e in molti casi uccise. Alcune non sono state mai ritrovate. Venivano portate come trofeo di caccia dai Lukic e dalla soldataglia serba che le legava come animali nelle stanze per poi disporne a proprio piacimento, senza limiti. Il tutto mentre l’albergo, nato negli anni Ottanta, rimaneva aperto. Oggi è ancora tutto uguale ad allora. Si arriva da una strada ombrosa, che sembra di alta montagna; curve, grandi abeti, rumore dell’acqua. Poi compare il Vilina Vlas. Nel parcheggio auto serbe, bosniache, montenegrine: sono numerosi gli anziani che giungono a fare caldi bagni termali. E’ difficile descrivere le sensazioni che si provano quando vi si arriva di fronte. Ancora di più quando si entra dentro, come ho fatto io con la scusa di chiedere quanto costasse una camera:”180 marchi a notte”, mi ha risposto una bella ragazza giovane in camicia bianca. Com’è cambiato in trent’anni l’esser donna tra queste mura.

Nessuna fossa comune, nessuno scheletro, nessun campo di concentramento (la Bosnia ne è piena) mi avrebbero potuto impressionare più di questa normalità che oblia e che rimuove. Di questa consapevole eliminazione dell’orrore e del diritto alla memoria, alla riflessione e alla creazione di un futuro diverso, privo di quelle basi che hanno reso possibile il genocidio di Visegrad e in generale tutta la guerra in Bosnia, e che invece sono ancora presenti e radicate nell’animo di ogni serbo condannato a nascere quaggiù. Ciò che a Visegrad è stato cancellato, d’altra parte rimarrà sicuramente dentro di me.

Per chi volesse approfondire tale storia incredibile e mostruosa, consiglio il saggio del giornalista Luca Leone “Visegrad. L’odio, la morte, l’oblio”. Per me è stata una guida preziosa. Il consiglio poi è per forza quello di andare a toccare con mano. Non è la classica vacanza rilassante in una bella spiaggia, ma può valerne la pena, come per tutta la Bosnia: nella sua bellezza spesso sorprendente e nei suoi lati atroci, perché la poesia di un muezzin al tramonto a Sarajevo e la tomba di bambino di sette anni a Visegrad sono in fondo inscindibilmente legate.

Spread the love

Aggiungi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *