Del nome Oriana Fallaci si riempiono di frequente moltissime bocche. Un mito, un feticcio, una bandiera da sventolare. Un simbolo, un’evocazione, una spada da sguainare. La gran parte di coloro che la citano lo fanno principalmente perché folgorati da certe parole ascoltate di sfuggita, sentite ripetere da furbi politici, magari anche lette da qualche parte. Sono le parole dell’ultima Fallaci, quella della crociata antislamica e de “La rabbia e l’orgoglio”.
Un po’ di orgoglio ce l’aveva quella Fallaci, ma aveva soprattutto rabbia. Eccessiva, incontenibile, cieca. La giornalista fiorentina arrivò al crepuscolo della propria vita con sentimenti e toni che ho sempre guardato con lontananza e fastidio. Ci pensò Terzani, nel 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, a risponderle nel modo che bisognava. Terzani si rivolse a una donna “chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo”, una donna “sola davvero”, che per sconfiggere la rabbia aveva bisogno di guardare “un filo d’erba al vento” e di trovare una pace che se “non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”.
Eppure quella donna stanca, arrabbiata e malata ha fatto breccia nei cuori (o meglio nelle pance) dei più. Se c’è da difendere contrapposizioni manichee, da puntare il dito verso un nemico, da esaltare una presunta superiorità della parte bianca e cristiana del mondo, la Fallaci salta sempre fuori. Ma quanti seguaci dell’Oriana furiosa ne conoscono veramente la vita? Quanti sanno che c’è stata anche un’altra Oriana Fallaci, prima della guerra santa lanciata da un attico di Manhattan?
Non totalmente diversa, su questo non ci sono dubbi. L’ultima Fallaci, per quanto discutibile e a me indigesta, conservava lo stesso coraggio degli esordi; la stessa dissacrante libertà nell’usare la penna e nel guardarsi intorno, fregandosene di tutto e tutti.
E’ sempre stata originale, testarda, indomabile da pensieri o uomini. Figlia di un partigiano iscritto al Partito Socialista, da ragazzina faceva la staffetta per la Resistenza. Tutta la vita conservò un antifascismo profondo e sincero, ma di quello vero, non di bandiera, nutrito dal ricordo degli sguardi di camicie nere ed SS mentre in bicicletta attraversava le strade di una Toscana sotto occupazione.
Oriana Fallaci inseguì il suo sogno e divenne una giornalista che voleva divorare il mondo con la curiosità. Leggeva, si interessava, bramava per uscire da confini che le stavano stretti. Fu ribelle sin dal principio, nel voler emergere in un ambiente maschile e maschilista, che guardava con sospetto a donne che non fossero semplici accompagnatrici, mogli, o al massimo segretarie. Aveva spalle forti da maschio indomito, pur in un corpo di singolare e spigolosa bellezza tutta femminile. Era diversa da tutte le altre, e rifiutava il compromesso. Per farsi largo tra gli Anni ’50 e ’60 d’altronde non poteva esserci altro modo che sgomitare, farsi largo senza accettare lacci e discorsi paternalistici su quanto fosse inopportuno, sconveniente e pericoloso ciò che ella desiderava e faceva.
Conobbe l’America attraverso i primi reportage come inviata di cinema e spettacolo. Si innamorò subito di quel mondo luminoso e travolgente, di quella realtà così lontana dall’Italia di provincia da cui era partita. Con gli Stati Uniti il legame fu inscindibile per tutta la vita, anche se all’innamoramento fece seguito un certo disincanto: “come un marito che mi tradisce ogni giorno”, scrisse. Conobbe però soprattutto la politica, e la guerra. Andò lontano, esplorò un pianeta di cui aveva sempre voluto essere prima testimone.
Il Viet-Nam fu il battesimo di fuoco dell’orrore e dell’assurdità delle armi. Bisogna leggere attentamente le pagine di “Niente e così sia” per entrare nell’inferno vietnamita, nel quotidiano incontro con l’orrore e la morte foriero tuttavia di un fortissimo messaggio di amore per la vita.
La Fallaci seppe essere femminista senza cercare una forzata lotta tra uomini e donne, senza scadere in derive sciocche e inutili di cui il femminismo tanto di allora quanto soprattutto di oggi si nutre ottusamente. Fu capace di sfidare il potere, di toccarlo con mano facendo ad esso domande scomode. Non si capisce cosa sia un’intervista se non si leggono quelle che la Fallaci fece ai grandi della Terra: ricordo come divorai avidamente “Intervista con la storia”, primo libro di tale genere scritto dalla giornalista con cui entrai in contatto. Era l’estate della mia maturità, e la spregiudicatezza e l’abilità con le parole di questa donna senza paura mi conquistarono, sebbene non condividessi molti suoi giudizi storici e politici, nonché certe opinioni su coloro verso cui rivolgeva il microfono.
L’Oriana Fallaci pubblica è stata un raro esempio di talento e passione, di spregiudicata corsa verso il futuro nella tenace difesa di idee e sogni. Esiste però anche un’altra Oriana, meno raccontata. E’ la storia di una donna fragile, che nasconde dietro apparenti certezze granitiche una debolezza tipicamente umana, un insieme di piccole crepe capaci a volte di dilatarsi, fino al collasso dell’anima.
Non ebbe mai figli, ma conobbe più volte il dramma dell’aborto. Il primo, spontaneo, nel 1958, ai tempi della problematica e intensa relazione col giornalista Alfredo Pieroni. Visse molti amori senza mai sposarsi, attaraversando forse il legame della vita soltanto con l’eroe della resistenza greca Alexandros Panagulis, morto in un misterioso incidente nel 1976. La Fallaci seppe vivere in silenzio ripetuti tormenti, una costellazione di ansie e rimpianti che tuttavia tenne nell’ombra della propria luminosa carriera, panacea di tutti i mali, seppur a caro prezzo.
Nella sua straordinaria esistenza c’è l’eccezione che rende alcuni esseri umani diversi, geniali, per sempre distinti dalla massa. Ma c’è anche la normalità dei sentimenti, di una donna tanto forte quanto insicura che è bello poter conoscere attraverso parole e testimonianze, ma pure segreti e scatti rubati, che l’hanno resa una protagonista del Novecento.



Aggiungi un commento