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CARO LUCIO TI SCRIVO

Per Lucio Dalla marzo è stato il mese del destino. Un destino concentrato in pochi giorni, come una storia scritta nelle stelle destinata ad avere date simboliche che la racchiudono e la tramandano alle generazioni del futuro.

La sua vita ebbe inizio il 4 marzo, anno 1943, nella durezza di una Bologna immersa nella guerra; proprio questa data dà il titolo ad una delle sue prime e più famose canzoni, una dedica al padre divenuta poi una dedica alla madre, che partorì il figlio di un soldato alleato e gli dette il nome di Gesù Bambino. Con le parole di Paola Pallotino, Dalla intreccia la sua biografia a quella di una ragazza madre, con un tocco blasfemo che scandalizzò l’Italia bigotta e democristiana dei primi anni Settanta.

La fine del cammino sì compì all’improvviso, in Svizzera, il 1 marzo 2012. Non ha fatto in tempo Lucio a scrivere una canzone d’addio, per celebrare quel “secondo tempo” che era per lui la morte. Per piangerlo io sceglierei “Le rondini”, canzone meravigliosa e sottovalutata in cui si parla di amore e natura ma con un sottile velo di tristezza: sarebbe bello provare a sentire ogni battito del tuo cuore, per vedere cosa succede dentro, e cos’è che non muore.

Appresi della morte di Dalla un pomeriggio mentre ero a scuola. Il mio professore di storia dell’arte, uomo colto ma da cui la voglia di lavorare si stava allontanando a gambe levate, mentre scrollava il cellulare ci dette con stupore la fresca notizia. Ci rimasi male, perché nonostante avessi solo sedici anni ero già innamorato delle canzoni di Lucio. Uno degli infiniti ringraziamenti che devo fare ai miei genitori riguarda l’avermi abituato sin da piccolo ad ascoltare buona musica. Il sabato o la domenica mattina, mentre la casa veniva pulita e qualcosa cuoceva sui fornelli, c’erano grandi cd a farci compagnia: Vecchioni, De Gregori, Dalla, Sting, Baglioni, Elton John….

Mi piacevano quelle melodie sognanti e quei testi di cui ancora capivo poco il significato, ma che riuscivano già ad entrarmi in testa. Crescendo la passione per la bella musica è rimasta, alimentata da nuovi autori che ho scoperto oltre i vent’anni, come Battiato, De André o Fossati.

Amo i cantautori italiani, amo la poesia di canzoni che riescono ad andare oltre il semplice intrattenimento musicale per diventare qualcosa di più profondo, con cui accompagnare le varie fasi della vita. La musica scatena emozioni, va a ripescare ricordi, evoca persone e luoghi anche di un passato lontano. A volte distrae, mette di buon umore, mentre a volte alimenta dolori e nostalgie. Solo a certi autori è però concesso di entrare dentro la nostra anima.

Lucio Dalla occupa un ruolo di primo piano in questo ristretto gruppo. La sua musica trasmette una contagiosa energia, non sempre legata ad entusiasmo o ottimismo; ci sono canzoni di riflessione, di tristezza, di silenzi del cuore, dove però non manca mai una carezza per l’umanità. Dalla crede nel genere umano, analizza le nostre debolezze e i nostri vizi non per giudicare ma per descrivere, con divino gusto melodico, come siamo fatti e come ci muoviamo nel mondo.

Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta il figlio di Bologna è stato semplicemente perfetto, raggiungendo vette di inedita bellezza nella musica leggera italiana. Dopo una lunga gavetta si è arrampicato con merito sulla cima, riuscendo a restarci fino alla fine. Ha sperimentato, ha innovato, ha mischiato il suo genere con altri generi apparentemente lontani, tuttavia sempre con risultati mirabili.

Mi è difficile indicare una canzone che preferisco, perché sono tante quelle che ascolto ogni volta come fosse la prima.

“Cara” è una poesia sentimentale su un amore desiderato e impossibile, sulla nostalgia di qualcosa di bellissimo e inafferrabile, sull’apparente scandalo di una relazione tra un uomo adulto che voleva finire dentro un letto e una ragazzina dai tanti capelli che non si riescono a contare: “buonanotte anima mia, adesso spengo la luce e così sia”. E poi quel pezzo finale che fa volare in universi lontani, forse vissuti e forse no.

“La sera dei miracoli” è un diorama notturno in cui c’è tutta la vitalità musicale di Dalla, dove si sogna immaginando i vicoli di una Roma estiva in cui le lenzuola diventano vele per volare in cieli pieni di stelle. “Futura” è l’annuncio di un arrivo, una natività moderna su cui mettere le mani con la dolcezza di un padre e di una madre protagonisti di un mondo di russi e americani: “il suo nome detto questa notte mette già paura: sarà diversa, bella come una stella, sarai tu in miniatura”.

“Anna e Marco” è un dettagliato cortometraggio, una storia di provincia che diventa cinema, nella tenerezza di una coppia che sogna l’America oltre la luna ma non smette, anche nella miseria quotidiana, di tenersi per mano. “Balla balla ballerino” sfiora la storia d’Italia e il dramma oscuro delle stragi, con un potentissimo messaggio di speranza e di amore per l’arte e per la vita: “sotto un cielo di ferro e di gesso, un uomo riesce a amare lo stesso, e ama davvero”.

In “Disperato erotico stomp” c’è la geniale e irriverente commiserazione di se stesso e di una relazione finita male, con le pene del cuore che finiscono in una prosaica e consolatoria masturbazione. “Ayrton” è al contrario dolore profondo, struggente ricordo del pilota Ayrton Senna che ora corre su una strada nuova, dove non ci sono più sigarette e birra che pagano per continuare: “ti ho detto chiudi gli occhi e riposa, e io adesso chiudo gli occhi”.

Ce ne sono altri di pezzi indimenticabili di Dalla, forse in una qualche misura lo sono tutti. Nessun articolo può raccontarne a pieno la bellezza, quindi vi consiglio semplicemente di mettervi comodi e ascoltarli, o riascoltarli ancora, anche fosse la centesima volta.

Ti ringrazio caro Lucio, nella certezza che se tu mi telefonassi tra vent’anni mi troveresti sempre con la tua musica nelle orecchie. Tu come Caruso, che ricominci il canto. Io che, a modo mio, se avrò bisogno di carezze verrò a bussare alla tua poesia fatta di note e suggestioni.

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