Chi segue con affetto questa rubrica ha potuto leggere di Iran non più di un mese e mezzo fa. Dopo l’aggressione al Venezuela e il sequestro di Maduro, era intuibile che le mire criminali americane si rivolgessero contro la Repubblica Islamica, la quale era incendiata da sacrosante e coraggiose proteste di piazza dove tuttavia non mancava la longa manu della Cia e del Mossad.
Scrissi allora di Iran per provare a spiegare come il regime degli ayatollah non fosse piovuto dal cielo ma si fosse instaurato in seguito ad un’altra sanguinaria dittatura, quella dello scià Reza Pahlavi, resa possibile dal colpo di stato con cui americani e inglesi nel 1953 rovesciarono il governo democratico di Mossadeq. La gente parla senza cognizione di causa, si riempie la bocca con la geopolitica pur essendo priva delle minime coordinate storiche, mentre sarebbe opportuno conoscere i fatti e smetterla di sostenere un paese o l’altro come fossero squadre di calcio. Mi rendo purtroppo che ciò a cui aspiro è utopia, perché la maggioranza delle persone vive in una condizione di ignoranza da cui non intende minimamente uscire.
Infatti gli ultras di Trump e Meloni si affannano a sostenere e giustificare un’operazione che non può essere sostenuta né giustificata in alcun modo. Gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato l’Iran in violazione del diritto internazionale: non sono opinioni, sono fatti. Nessuna risoluzione dell’Onu ha autorizzato questa criminale aggressione, nella quale per giunta è stato assassinato un capo di stato, Ali Khamenei.
La natura tirannica dell’ex Guida suprema non porta certo a piangere la sua dipartita, ma “est modus in rebus”. Anche perché oltre a Khamenei sono cadute sotto le bombe degli aggressori centinaia di vittime civili, comprese oltre 160 bambine di una scuola elementare. Con l’unico obiettivo di impadronirsi delle risorse petrolifere locali e di alterare gli equilibri politici della regione, gli Usa ripropongono il loro ben noto modello di esportazione della democrazia, e qualche credulone abbocca sbandierando la presunta libertà ritrovata del popolo iraniano.
Libertà che non esiste nella realtà, perché il regime di Teheran è ancora in piedi, e libertà che anche in futuro si annuncia precaria, vista l’instabilità a cui sarà destinato il paese se gli ayatollah cadranno. Chi invoca il figlio dell’ultimo scià come nuovo leader non sa quel che dice, o è in totale malafede; il padre è colui che torturava e ammazzava i dissidenti, che soffocava i diritti civili, e che svendeva l’Iran alle potenze occidentali pur di restare sul trono.
I liberatori armati non hanno mai portato nulla di buono, ce lo insegna proprio la recente storia del mondo arabo e mediorientale. Nel 2003 Saddam Hussein fu abbattuto dalla guerra illegale di America ed Europa (tutti ricordiamo le menzogne di Colin Powell all’Onu con la falsa provetta): quasi 600.000 morti, un paese distrutto, il terrorismo dell’Isis innescato con tragiche conseguenze. Nel 2011 è toccato alla Libia, diventata una terra di scontro tra bande dopo la morte di Gheddafi. Ancora più clamoroso è l’esempio dell’Afghanistan, dove vent’anni di guerra si sono conclusi con addirittura il ritorno dei talebani. Nel mezzo – ovviamente – morte, devastazione e crimini di ogni tipo.
Trump si è gettato in una guerra folle sulla spinta del suo delirio e della pressione di quell’anima neo-con americana che da trent’anni muove la politica estera di Washington; non indifferente è anche la volontà di sviare l’attenzione dallo scandalo Epstein, una cloaca in cui il presidente è immerso fino al collo. Stavolta accanto agli Stati Uniti c’è lo stato terrorista di Israele, che non pago del genocidio a Gaza, delle violenze quotidiane e delle occupazioni illegali in Cisgiordania e dei bombardamenti ripetuti su mezzo Medio Oriente ha deciso di estendere i suoi crimini anche all’Iran.
Il criminale di guerra Netanyahu rafforza la sua posizione e allunga la sua vita politica con l’ennesimo conflitto, in cui cerca di accreditarsi come difensore dei diritti umani e di spacciare l’aggressione alla Persia come una guerra preventiva di difesa. Siamo alla follia.
Come sempre però il ruolo più disgustoso è interpretato da quell’insieme di servi e vassalli che prende il nome di Europa. Salvo lodevoli eccezioni, su tutte la Spagna di Sanchez, il Vecchio continente non ha detto una parola per condannare l’aggressione illegale all’Iran, spingendosi semmai nell’incredibile condanna di Teheran per aver reagito alle bombe attaccando quei paesi del golfo che forniscono sostegno e supporto logistico-militare ad Usa e Israele.
Da quattro anni riempiamo di armi l’Ucraina con costi esorbitanti al motto de “c’è un aggredito e un aggressore”, ma quando gli aggrediti non stanno dalla parte giusta allora possono crepare e alla svelta. Per l’ennesima volta si rivela tutta l’ipocrisia di un Occidente che dà le patenti di buone o cattive alle dittature in base alle alleanze geopolitiche. Le donne, i dissidenti, gli omosessuali non stanno meglio in Arabia Saudita o in Qatar rispetto a quanto stiano in Iran: i primi però vanno bene, perché sono nostri alleati.
Quella in cui viviamo non è la parte buona del mondo, è semplicemente la più ipocrita. Sbandieriamo il diritto internazionale quando ci fa comodo, pulendocisi invece il sedere nel momento in cui assecondiamo la legge del più forte.
L’Italia è la componente più ridicola di questo ripugnante schieramento. La figura del Ministro Crosetto, in vacanza a Dubai mentre cadevano i missili, e le parole del Ministro Tajani, macchietta improponibile che ci copre costantemente di vergogna, sono il lato comico della vicenda. Il silenzio di Giorgia Meloni è invece la parte tragica, oscena, che fa vedere sino a quali livelli di bassezza possano spingersi il servilismo, la pavidità e il doppiopesismo. Siamo dei camerieri, dei lustrascarpe degli americani e degli israeliani, e ci va benissimo così.
Provo una rabbia feroce di fronte a tutto ciò. La rabbia si mischia al disgusto, in un mondo guidato da personaggi infami e criminali sostenuti da orde di servi pavidi. Non rimaniamo in silenzio. Non possiamo permettercelo.


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