Qualcosa che non si è vissuto è difficile da immaginare. Persino i ricordi sono complicati da ricostruire, da tenere vivi, nelle infinite strade che la nostra mente e la nostra vita prendono con il tempo: figurarsi ciò che mai abbiamo toccato con mano.
La Storia è il regno delle suggestioni e del desiderio di saltare indietro in epoche lontane, per vivere in periodi e con uomini ormai sepolti dall’inesorabile azione di Kronos. Alcune fasi, alcuni luoghi, sono portatori di un fascino particolare, e più di altri catturano una fantasia nostalgica per cui si vorrebbe davvero poter passare anche solo un’ora all’interno di quella realtà.
La DDR è uno spettro del Novecento che ha sempre suscitato il mio interesse. Repubblica Democratica Tedesca, questo il suo nome ufficiale; Germania Est, come viene comunemente chiamata. Una creazione artificiosa della Storia, un mostro nato sulle ceneri di un’altra creatura mostruosa, il nazismo, e capace di essere per quarant’anni l’abisso più profondo dell’inferno comunista dell’Europa orientale.
La fine della Seconda Guerra Mondiale lasciò una Germania in pezzi, sconfitta e divorata dagli appetiti delle potenze vincitrici. Le quattro zone di occupazione divennero presto due, con la divisione tra una zona occidentale legata alla futura Nato e agli Stati Uniti e ad una orientale rientrante nell’orbita sovietica. La DDR nacque formalmente nel 1949, con quel beffardo aggettivo nel nome, Democratica, dietro il quale si celava in realtà un feroce regime a partito unico. Dal Mar Baltico fino alla Sassonia scese una cappa dittatoriale ancora più forte di quella sovietica o di altri paesi del blocco comunista.
La Germania Est rappresentava un mondo chiuso basato sulla repressione del dissenso, sull’indottrinamento ideologico e sulla paura. La Stasi, il Ministero per la Sicurezza di Stato, controllava tutto e sapeva tutto. Il Ministero della paranoia, come alcuni lo hanno definito, era formalmente lo scudo e la spada del Partito Socialista, la Sed, come indicato anche nel suo simbolo; nella pratica, la Stasi aveva il compito di scandagliare ogni aspetto della vita delle persone, entrando nelle loro azioni e nelle loro menti.
Si calcola che negli anni Ottanta, dopo il progressivo incremento di mezzi e personale avviato da Erik Mielke un ventennio prima, circa 100.000 individui lavorassero per la Stasi. Quasi altrettanti erano gli informatori, di cui un numero rilevante addirittura minorenni. Un sospetto bastava per essere arrestati, interrogati, torturati e spesso imprigionati a lungo. Moderne tecniche di controllo e spionaggio si univano a sottili metodi psicologici, ad una capacità coercitiva e sfiancante che faceva a pezzi la psiche di coloro che avevano la sfortuna di entrare nel mirino della Stasi.
Quella che fino al 1990 era la sede del Ministero oggi è un museo, la cui visita vale il viaggio a Berlino. La capitale tedesca è un luogo che porta addosso i segni di una storia novecentesca traumatica e distruttiva. La Berlino di cui ho ricordo, vista nel 2016, mi è parsa un luogo in continua evoluzione, piena di cantieri, gru e palazzi in costruzione. Berlino è giovane, dinamica, ha voglia di futuro ma si porta sempre addosso i segni della divisione che dal 1961 sino alla caduta del Muro le ha spezzato l’anima. Il Muro non c’è più, se non nei blocchi esposti qua e là in città e nella linea dipinta in terra che ne ricorda il percorso, ma est e ovest si percepiscono ancora, come due liquidi in procinto di mischiarsi ma ben distinguibili l’uno dall’altro.
Prendere la metro e fermarsi al quartiere Lichtenberg, per cercare la sede della Stasi al 136 di Magdalenstrasse, vuol dire fare un salto nel passato. I palazzoni figli del socialismo reale, i lampioni, le strade ti fanno credere di essere tornato nel 1985. Le diapositive di Berlino Est che i miei genitori hanno conservato del loro viaggio in quel periodo descrivono una città spettrale, con edifici ancora semidistrutti dalla guerra, squallidi bar semivuoti, un senso di alienante desolazione e di miseria. Visitare il Museo della Stasi, come d’altronde altri musei sulla DDR sparsi per quello che un tempo era il suo territorio, aiuta ad immergersi in un mondo lontano ma capace di dare tutt’oggi i brividi.
La Germania Est è un incubo che suggestiona, e sono molti i modi per provare ad entrare nella sua realtà pur senza averla vissuta dal vivo, o anche senza muoversi da casa per andare in terra teutonica alla ricerca dei suoi resti visibili. Mettetevi le cuffie e ascoltate Alexander Platz di Franco Battiato. Quel mese di febbraio che arriva di colpo, quella neve che ricopre i viali dove risuonano solo isolati passi, le donne con le borse sotto gli occhi stanche come è stanca la città: eccola, Berlino Est. Pare di potersi avviare verso la frontiera, vero un Muro che divide due mondi e segna un’epoca.
La lettura, come sempre, è un altro veicolo di viaggio con la fantasia. Tra i tanti testi che parlano della Germania orientale, mi ha colpito in particolare “C’era una volta la Ddr”, della giornalista Anna Funder. La brillante autrice ci conduce nella quotidianità di un paese scomparso attraverso le interviste ai protagonisti, cioè a uomini e donne. Vittime e carnefici, cittadini perseguitati e funzionari della Stasi, vengono intervistati per ricostruire cosa fosse quel sistema brutale e alienante. In mezzo alle parole e ai ricordi, trovano posto bellissime descrizioni dove passato e presente si intrecciano: “… Alla Porta di Brandeburgo si stupì di poter arrivare fin sotto al Muro. Non le pareva possibile che le guardie la lasciassero arrivare così vicino. Ma era troppo liscio e alto per poterlo scalare. Più tardi avrebbe scoperto che tutto l’armamentario del confine in quel punto cominciava solo dietro il Muro…”.
Non c’è tuttavia porta di accesso più diretta sulla DDR di un film, o meglio di un capolavoro. Le vite degli altri, diretto da Florian Henckel e datato 2006, proietta lo spettatore nell’infernale sistema repressivo della Stasi, attraverso una fotografia eccellente, una regia sapiente e una fedele ricostruzione storica. Gli attori si calano magistralmente in una realtà orwelliana di controllo capillare delle vite delle persone, con l’incrocio dell’esistenza di chi spia e di chi viene spiato. Da brividi le scene sui metodi di interrogatorio della Stasi, sulla sua capacità di infondere terrore, sulla spietatezza asettica di uno stato mostruoso che alla fine, quando il Muro crolla e la Germania si riunifica, finisce risucchiato da se stesso.
Anche gli incubi possono essere suggestivi, anche l’inferno può suscitare attrazione. Soffia sempre un vento freddo, e c’è ancora la neve ad Alexander Platz, a coprire un tempo ed un mondo che furono.



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