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CLIMA DI GUERRA E DI CENSURA

Scrive Anton Cechov che se “nel primo atto c’è un fucile appeso al muro, nel secondo o terzo atto deve assolutamente sparare”.

E’ un principio narrativo che ben si applica da sempre anche alla realtà del mondo, ai fucili – e a tutte le armi – che l’uomo concretamente ha prodotto nel corso dei secoli per arrivare poi ogni volta, puntualmente, ad utilizzarli.

L’Europa ha iniziato un processo di riarmo senza precedenti. Il Piano lanciato da Ursula Von der Leyen nel marzo 2025 si pone l’obiettivo di aumentare la spesa militare da qui al 2030 per ben 800 miliardi, esclusi dal Patto di Stabilità e in buona parte drenati dai fondi per il sociale. Il Vecchio Continente, che già sborsa il 16% della spesa militare globale, chiede in accordo con la Nato ai singoli stati di aumentare gli investimenti militari fino al 5% del Pil, e di farlo in tempi celeri. Armarsi fino ai denti viene prospettata come l’unica strategia per salvare il nostro mondo, i nostri valori e le nostre vite, minacciate da un nemico, la Russia di Putin, pronto ad invaderci e a portare i suoi carri armati fino a Lisbona.

Il Bene, per vincere sul Male, ha bisogno della forza bellica: cannoni, tank, munizioni, aerei, navi, fucili, droni. Gli ospedali devono attrezzarsi per ospitare feriti provenienti dal fronte, le famiglie devono prepararsi a piangere i figli caduti, i ragazzi devono entrare nella prospettiva di un servizio militare obbligatorio per proteggere i sacri confini della patria e dell’Occidente. Questa mostruosa sequela di cazzate corrisponde alla propaganda con cui, da quasi quattro anni, siamo quotidianamente bombardati.

Periodo che coincide con l’inizio della guerra in Ucraina (o almeno della seconda fase, visto nel paese un conflitto è in piedi dal 2014) e con il massiccio sostegno di armi e denari da parte delle nazioni occidentali; in totale l’Ucraina dal febbraio 2022 ha ricevuto assistenza economica e militare per 255 miliardi di euro, di cui ben 156 provenienti dall’Europa. Il recente scandalo corruzione del cerchio magico di Zelensky ha rivelato dove sia finita una bella fetta di questi denari, letteralmente buttati nel cesso (d’oro) di una classe dirigente corrotta fino al midollo.

L’Ucraina combatte una guerra di legittima difesa che però non può vincere, e ciò è evidente sul campo da ormai molto tempo. Alcuni analisti lo sostengono a onor del vero sin dal principio che Kiev non avrebbe mai potuto avere la meglio sull’esercito russo, ma l’ottusità e la follia degli Stati Uniti e dell’Europa – responsabili tanto quanto Putin della guerra viste le politiche degli ultimi trent’anni tra espansione della Nato ad est, colpi di stato e mancato sostegno agli accordi di Minsk – hanno portato avanti un conflitto dove a morire sono gli ucraini e a pagare siamo noi. Ci voleva un personaggio come Trump per proporre finalmente un piano di pace e trovare una via d’uscita diplomatica.

Non è una pace giusta, come non lo è quella firmata per Gaza, ma nessuna pace è mai stata giusta da quando esiste l’umanità: basterebbe studiare un minimo di Storia e conoscere le guerre, dall’antichità al Novecento, per capire che gli accordi li dirigono i vincitori, e che la giustizia raramente trova posto quando tacciono le armi. I politici europei lo sanno benissimo, ma sono così in malafede da continuare a raccontare la favola di una possibile vittoria militare di Kiev, della necessità di una pace che non tolga territori all’Ucraina (gli stati si possono smembrare solo quando fa comodo, vedasi il Kosovo) e di un continuo rifornimento di armi e risorse economiche al disperato Zelensky.

Media e politici europei gridano allo scandalo perché “Trump scarica l’Europa”, senza accorgersi che l’affarista della Casa Bianca continua a fare semplicemente ciò che ogni presidente americano ha fatto sin dal 1945, ovvero trattarci da servi: l’unica differenza è che Trump, senza ipocrisia, lo dice apertamente. E l’Europa è così fessa che rimane zitta quando dovrebbe alzare la voce nei confronti degli Usa, come per l’imposizione dei dazi o per il gas che gli yankees ci fanno pagare cinque volte il prezzo del gas russo, e invece sbraita istericamente quando Trump propone l’unica cosa sensata e conveniente per tutti, ovvero un piano di pace per l’Ucraina. I paesi europei hanno rinunciato fin dall’inizio a sostenere i canali diplomatici, preferendo armare Kiev fino ai denti con vantaggi solamente per le aziende belliche e per i grandi gruppi finanziari che speculano sulla guerra. Gli svantaggi, enormi, se li sono beccati i cittadini europei, colpiti dai rincari dell’energia (complice il sabotaggio ucraino-polacco-americano del gasdotto Nord Stream), dalle inutili sanzioni boomerang contro Mosca e da spese militari progressive che tolgono fondi alla scuola, alla sanità, allo stato sociale.

Siamo stati ingozzati come oche d’allevamento con una propaganda vergognosa volta a farci credere che la Russia sia un nostro nemico e che Putin voglia invaderci, e in questa fanatica narrazione bellicista continua ad avere un ruolo chiave anche la censura.  Sin dal 2022 l’isteria dei trombettieri con l’elmetto ha cercato di bollare come putiniano e traditore chiunque azzardasse a proporre riflessioni critiche e ragionate sul conflitto ucraino; punte di follia si sono avute con il boicottaggio di corsi universitari su scrittori russi, di concerti con direttori d’orchestra russi, o con liste di proscrizione fatte da giornali e parlamentari per mettere alla gogna illustri intellettuali, giornalisti, storici, opinionisti.

La censura è tornata prepotentemente protagonista nelle ultime settimane, nelle quali il delirio del pensiero unico ha cannoneggiato su più fronti. Carlo Calenda, parlamentare, ha proposto un’indagine su Alessandro Di Battista in seguito alla pubblicazione da parte di quest’ultimo di un libretto sgradito al fenomeno dei Parioli; a Torino i SalesianI hanno revocato, dopo evidenti pressioni politiche, lo spazio per un evento culturale in cui sarebbero dovuti intervenire personaggi tanto autorevoli quanto scomodi come Angelo D’Orsi, Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Carlo Rovelli, Piergiorgio Odifreddi, Marco Travaglio; si ritirano fuori iniziative per “combattere le fake news” e proteggerci dalla “guerra ibrida dei russi”, come se potesse esserci qualcuno che dice cosa è vero e cosa è falso sullo stile del Ministero della Verità di Orwell.

Il riarmo forzato, la guerra imminente e il sostegno all’Ucraina non sono discutibili, così come non è discutibile lo stato genocida di Israele. Per questo il deputato del Partito democratico Delrio ha presentato un disegno di legge che mette il bavaglio, con la classica accusa di antisemitismo, a tutti coloro che criticano le politiche israeliane e il suo governo. Picierno, Fassino (volato per altro in visita alla Knesset a lodare la “democrazia” di Israele) hanno subito approvato la proposta, a conferma di come il Pd riesca ogni volta a mettersi dalla parte sbagliata.

Questo clima di censura di repressione di dissenso e pensiero critico è pericoloso, criminale, e mi fa schifo. Sono ugualmente contrario alla censura della casa editrice Passaggio al bosco, balzata agli onori delle cronache per i suoi testi di estrema destra e per il boicottaggio da molti sostenuto alla fiera del libro di Roma. Le idee, anche le più irricevibilI e in parte ripugnanti come quelle di questi signori, non si combattono oscurandole. Nessuno può permettersi di tappare la bocca e fermare le penne in nome di un retorico antifascismo da salotto. Anche perché, se si pensa che le destre e i neofascismi si possano contrastare in questo modo, non si è capito veramente una beatissima mazza.

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