Circa 2 milioni 441mila donne hanno subito nel corso della vita violenze fisiche o minacce da parte di parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti, il 12,2% delle donne dai 16 ai 75 anni di età. Il 20,8% delle donne ha subito anche almeno una forma di violenza sessuale, circa 4milioni 174mila. Oltre il 50 % delle donne vittima di violenza sono state aggredite dal partner, mentre nel 2023 le donne uccise sono state 117, con circa l’88% degli omicidi classificabili come femminicidio.
Tutto ciò non tiene conto del sommerso, perché le violenze e i tentativi di omicidio non denunciati rimangono spaventosamente alti. Sono questi, oggi, i dati con cui dobbiamo misurarci. E sono tremendi.
La condizione della donna in Italia e non solo rimane un problema serio, grave, la cui risoluzione non appare certo vicina. La cultura della violenza permea la nostra società a più livelli, trovando sfogo quasi ogni giorno nei confronti del genere femminile. Non è però la violenza il primo stadio. Essa non nasce dal nulla, ma è una malerba che ha profonde radici nel terreno della mancanza di rispetto.
Fermiamoci un attimo a pensare: quante volte nei nostri gesti e pensieri la donna viene considerata in modo inopportuno, o viene messa laddove non dovrebbe stare? Si tratta in primo luogo di una tendenza, di una anche comprensibile propensione alla battuta, all’eccesso, ad una leggerezza mentale che in fondo fa parte della natura umana. Il problema sta nel fatto che per buona parte degli uomini certi discorsi non sono l’eccezione, bensì la regola.
La donna diventa un oggetto, uno strumento, un mezzo e mai un fine delle nostre azioni. Nella femmina si tende a vedere un essere di categoria inferiore, una creatura apprezzabile al massimo per le qualità estetiche mentre tutto il resto è orpello inutile. Anche le più intelligenti in fondo sono comunque sempre un gradino sotto, sono più incapaci, volubili e inadeguate di noi uomini.
Violenza non significa solo ceffoni, calci e umiliazione fisica. Violenza è anche una parola fuori luogo, una mano languida addosso, un atteggiamento disinibito ed eccessivo sul luogo di lavoro, o in discoteca, o in un bar. La violenza sta nelle parole, e nei silenzi. Trova casa nello sminuire le capacità e le potenzialità femminili, nell’alzare la voce sapendo di poter incutere timore, nello sfruttare i rapporti di forza per fare pressione e sottomettere qualcuna.
Non voglio certamente criminalizzare ogni sguardo, ogni frase, perché altrimenti si sfocia nella follia e nel delirio contemporaneo dove niente si può dire; il corpo femminile è splendido, la donna è una bellissima creatura in questo mondo dove la bruttezza etica e morale ci sovrasta, ma non è né un oggetto né tantomeno una proprietà maschile. Non sta ad un uomo dire cosa la propria compagna possa fare, come possa vestirsi e quali persone possa vedere.
Il pensiero di alzare le mani sulla donna che vive al nostro fianco non dovrebbe neppure sfiorare la nostra mente, neppure quando, sbagliando, la donna si permette di farlo: non prendiamoci in giro, la forza maschile non è la forza femminile, e uno schiaffo da noi preso non sarai mai uguale ad uno dato.
Il rispetto si deve alla propria compagna, e ad ogni donna. No, uno schiaffo sul culo senza consenso non è accettabile. Non lo è un fischio alle prime gambe che passano, non lo è un insieme di battute grette e volgari nella convinzione di passare da playboy, da maschio virile. Al massimo si passa da imbecille, da cafone, se non in certi casi estremi da delinquente.
Perché le donne escano dallo stato di minorità sociale e culturale in cui sono ancora confinate occorre far crescere una cultura del rispetto sin dalle generazioni più giovani, ed è per questo che dei seri e precisi programmi di educazione affettiva nelle scuole possono essere senza dubbio utili. No, non l’educazione affettiva descritta come il male da ministri retrogradi e oscurantisti come Nordio e Roccella; non si tratta di rendere i ragazzi dei mollaccioni depravati, delle drag queen in erba, ma di insegnare quale deve essere un sano rapporto tra un uomo e una donna, quali sono i comportamenti accettabili e quali non lo sono, cosa rappresentino davvero il corpo e la mente di una donna.
L’importanza di questi argomenti non deve tuttavia farci cadere nel ridicolo. Chi mi legge e conosce il mio pensiero sa bene quanto io sia allergico agli eccessi del politicamente corretto e alle follie linguistiche e censorie. La dignità femminile non si difende mettendo asterischi e schwa in fondo alle parole, cambiando il finale dei cartoni animati o censurando le battute dei cinepanettoni di trent’anni fa. Simili battaglie di nicchia rischiano di sminuire il femminismo, di mettere alla berlina le rivendicazioni femminili alienando semmai da esse il consenso e la simpatia popolari.
Le donne si difendono chiedendo parità di salari e di condizioni lavorative, tutelando il diritto alla maternità, abbassando l’Iva sugli assorbenti, estirpando la maledetta cultura del possesso e della superiorità da parte maschile. La donna non è una creatura angelica, perfetta, che va difesa e incensata a priori (quante cazzare si incontrano!); a me piace il femminismo di Oriana Fallaci, quello che non cerca lo scontro forzato con gli uomini, che non sostiene sterili rivendicazioni ma difende il diritto delle donne ad essere libere, a scegliere il proprio posto nel mondo senza ruoli preimpostati e fuori dal pregiudizio.
Non può esserci parità se non c’è però rispetto, se non cambia il paradigma culturale. Superare violenza, soprusi e financo femminicidi passa dalla nostra volontà come società e prima ancora come singoli di modificare i pensieri e i comportamenti. Non tutte le donne sono un esempio, ma alcune sono di più, sono un faro.
Mi piace in conclusione ricordarne una di queste, venuta a mancare pochi giorni fa. Ornella Vanoni è stata la libertà in anni in cui una donna libera non poteva esserlo, è stata sensualità, ironia ed eleganza, è stata rivoluzione silenziosa. Una figura politicamente scorretta, senza catene, orgogliosamente femmina seppur a modo suo.
La grandezza e la libertà di una donna spaventano tanti piccoli uomini, in un mondo che per cambiare ha bisogno ancora, da parte di ciascuno di noi, di grandi passi in avanti.


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