“Sarebbe meglio non fosse piuttosto che sia così come oggi è la nostra Srebrenica. Nulla di morto né di vivente in lei può più abitare”.
Nell’inizio della poesia “Le lacrime delle madri di Srebrenica” di Abdulah Siran, poeta e scrittore bosniaco, è rinchiuso tutto il dolore di un popolo distrutto. Srebrenica in italiano si può tradurre all’incirca con il posto dell’argento. Fino alla prima metà nel Novecento l’estrazione dell’argento dalle miniere rendeva un po’ meno qualunque questo luogo. Poi trentuno anni fa arrivò la Storia. Tragica, terribile, sanguinosa. Giunse e se ne andò, in fretta. Le urla e la disperazione lasciarono in poco tempo il posto al silenzio, che ancora oggi è l’elemento più palpabile a Srebrenica. Insieme ad una sinistra inquietudine, a fantasmi che non se ne vanno e ad un odio mai davvero sopito.
Il genocidio di Srebrenica, il più tremendo crimine perpetrato in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo oltre tre decenni è ancora una ferita aperta nel cuore della Bosnia, dell’Europa e del mondo, e la sua eco continua a distruggere l’anima dei sopravvissuti, a torturare la coscienza di chi si voltò dall’altra parte e a sconvolgere chi a distanza di anni sente il dovere di tenere viva la memoria.
L’11 luglio del 1995 le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic entrarono a Srebrenica, enclave musulmana in una Bosnia orientale controllata quasi interamente dalle truppe dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia, guidata da Radovan Karadzic ed eterodiretta dalla Serbia di Slobodan Milosevic. Nel 1993 con la risoluzione 819 l’Onu aveva dichiarato Srebrenica “zona protetta”: rimase tutto sulla carta, quando arrivarono i cetnici. Per questo i giornalisti Gigi Riva e Zlatko Dizdarevic dissero nel 1995 che l’Onu è morta a Sarajevo ed è stata sepolta a Srebrenica.
L’indifferenza, la pavidità, la complicità della comunità internazionale resero possibile il massacro. A Potočari, pochi km prima di Srebrenica, la popolazione bosgnacca aveva cercato rifugio nella base Onu presidiata da qualche centinaio di soldati olandesi. Codardi male armati, ragazzotti che scrivevano sui muri per insultare e umiliare le donne bosniache. Non sapevano cosa fare, e quel poco che facevano gettava disonore su tutto l’Occidente.
I serbi invece cosa fare lo sapevano benissimo. Mladic, immortalato mentre distribuiva cibo e accarezzava i fanciulli rassicurandoli, giunto sul posto ordinò di deportare donne, anziani e bambini, di identificare gli uomini dai 17 ai 60 anni e separarli dalle famiglie, essendo probabile che tra loro si nascondessero “criminali”. Fu l’inizio del genocidio.

8372 bosgnacchi, un numero ancora non definitivo, furono giustiziati e gettati in fosse comuni. Una carneficina durata giorni, con omicidi di massa nelle scuole, negli hangar, all’aperto. Alcuni cercarono di scappare nei boschi, ma in pochi arrivarono vivi oltre le linee nemiche. C’è un video che mostra un padre, catturato dai serbi, che urla al figlio di venire fuori dalla macchia e di non avere paura: “sono qui al sicuro con i serbi, vieni Nermin!”. Un altro video ci mostra la fine di un gruppo di prigionieri, che si avviano alla fucilazione in fila indiana, le mani legate dietro la schiena, gli occhi vuoti e già lontani da questo mondo.
Non tutti i corpi sono stati recuperati e identificati, con le ricerche e le scoperte di nuove fosse comuni che proseguono tutt’ora. Quest’anno sono dieci i corpi che saranno seppelleti nel grande cimitero di Potocari.
Il genocidio di Srebrenica fu l’atto più sanguinoso della guerra di Bosnia, conflitto che si inserisce nella guerra di dissoluzione della ex Jugoslavia iniziata nel 1991 e conclusa con gli accordi di Dayton del 1995. Da Dayton è uscita una pace precaria che ha sancito di fatto la divisione della Bosnia in due entità distinte, la Federazione bosniaco-croata e la Repubblica Serba, unite solo formalmente.
Srebrenica oggi è un luogo spettrale, arroccato su verdi montagne la cui terra si è tinta del sangue di persone uccise in una guerra feroce fomentata dall’odio etnico e religioso. Ci sono stato nel 2019, ricordo la distesa di lapidi bianche del memoriale e i volti delle persone che incontrai in un bar, tutti serbi. Gente che probabilmente trent’anni fa imbracciava il fucile e sparava ai civili.
Un tempo a Srebrenica vivevano in prevalenza musulmani, ma da dopo il 1995 la popolazione è quasi interamente serba. E’ il risultato del genocidio e della pulizia etnica: per comprendere ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania basta venire in Bosnia.
Gli orrori da parte dei serbi iniziarono nel 1992. Fu Visegrad il primo centro del massacro, il primo esperimento di eliminazione sistematica dei bosgnacchi. A Visegrad sono stato due anni fa, una delle esperienze più devastanti della mia vita. Villaggio anonimo sulle sponde della Drina, il fiume dove i musulmani venivano gettati dopo essere stati sgozzati; dove le donne venivano chiuse in un albergo termale e stuprate; dove settanta persone furono chiuse in una casa e bruciate vive. Il genocidio è iniziato a Visegrad e ha trovato poi a Srebrenica la sua manifestazione più clamorosa, rapida e tristemente nota.
Nel luglio del 1995 io ero nato da appena un mese. Mi ha sempre colpito il pensiero di quanto possa cambiare la vita se nasci dalla parte sbagliata del mondo. Mentre io ero placidamente disteso nella mia culla, circondato dall’amore e dalla pace, dall’altra parte dell’Adriatico bambini poco più grandi di me perdevano la vita, o vedevano perdere quella dei loro padri, dei loro fratelli, dei loro amici.
Cosa ha imparato il mondo da Srebrenica e dalla Bosnia? Poco, forse nulla. Assistiamo impotenti a nuovi genocidi mentre celebriamo ipocritamente quelli del Novecento. La Bosnia aspetta di entrare in Europa da decenni, ma ora si vede scavalcata persino dall’Ucraina. Abbiamo lasciato sola quella gente, e abbiamo permesso che la pulizia etnica venisse legalizzata. Pochi hanno pagato per i loro crimini, mentre il nazionalismo e la xenofobia continuano ad essere piante che generano frutti avvelenati.
Oggi chi ricorda quella pagina nera della Storia piange insieme alle madri di Srebrenica. Le lacrime e la memoria possono arrivare anche oltre la Storia e la mancata giustizia. Per tenere sempre vivi i martiri della Bosnia. Per provare a soffocare l’odio che ritorna. Per tentare di affidarsi alla speranza, anche quando essa sembra perduta.



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