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IL CADAVERE DELL’EUROPA

Se ripenso alla manifestazione di sabato scorso in piazza del Popolo a Roma, non so se provare più rabbia, disgusto o pena. Premesso il rispetto per chi decide di uscire di casa ed esprimere democraticamente e pacificamente un’idea, a maggior ragione in un’epoca di individualismo e chiusura mentale, la cosiddetta mobilitazione per l’Europa è stata uno spettacolo triste e confuso, se non vuoto. Intellettuali, sedicenti politici e vecchi tromboni imbolsiti hanno guidato un raduno di sostenitori di un cadavere. Non era mai accaduto.

Già, perché l’Europa di cui in migliaia sventolavano il vessillo e si riempivano la bocca è morta, e anche da parecchio. Era un sogno bellissimo, quello di un continente unito e forte. L’Europa è stata forgiata da millenni di storia comune, da culture simili e di intrecciate origini; il nord, il Mediterraneo, le influenze di popoli lontani ma vicini per commerci e scontri, il grande est che comprende, per quanto gli ignoranti dicano il contrario, anche la Russia.

L’Europa era un’idea visionaria uscita dal Manifesto del Ventotene: solidale, accogliente, compatta nelle differenze e custode di valori profondi. Pacifica. Furono gli orrori del nazifascismo e delle guerre mondiali a produrre il sogno di una grande terra in cui i rapporti fra gli stati non fossero più decisi dalla forza e dai cannoni, e dove i principi dell’uguaglianza, della libertà e della fratellanza divenissero le fondamenta di un nuovo progetto politico e sociale. Il sogno è diventato purtroppo un incubo.

L’Europa si è dissolta in cenere grazie alle decisioni scellerate di una classe dirigente che negli ultimi decenni ha trasformato il governo continentale in un manipolo di burocrati ipocriti e incapaci, in un gruppuscolo di potere avverso alla democrazia, servo di lobby e alleanze militari come la Nato, in una manica di squilibrati completamente avulsi dalla realtà e dai bisogni concreti dei popoli.

Manifestare per l’Europa significa oggi sostenere un piano di riarmo da 800 miliardi che ipoteca il futuro della nostra generazione e di quelle che verranno. Un delirio militarista finalizzato a ingrassare ancor di più le aziende che operano nel settore della difesa, per lo più americane, proprio mentre la guerra in Ucraina sembra finalmente avviata verso una conclusione. Ci voleva Donald Trump per portare la pace tra russi e ucraini, dopo che l’Europa per tre anni ha rinunciato ad ogni ruolo di mediazione e diplomazia che sarebbe in realtà insito nella sua fondazione e nei suoi riferimenti storici.

Siamo davvero sicuri che il grande problema dei nostri tempi sia Trump e non Ursula Von der Leyen? Questa donna pericolosa e guerrafondaia, insieme alla folle “Alta Rappresentante per la politica estera” Kaja Kallas e ad altri governanti con l’elmetto, sta spingendo il continente verso l’abisso della guerra perenne, con il mantra falso e insopportabile secondo cui è la guerra l’unica maniera per preparare la pace. Gli stessi personaggi che ci hanno quotidianamente ripetuto che la Russia era alla canna del gas, che la sua economia era in rovina, che il suo esercito combatteva con le pale e cercava i processori nelle lavatrici ucraine, adesso tentano di convincerci che la Russia rappresenti una minaccia per la nostra sopravvivenza e che sia pronta ad invaderci.

Siamo al cortocircuito di una propaganda bieca e miserabile. Per convincere i popoli dell’impossibile bisogna compiere un lavaggio del cervello metodico e insistente, è necessario spingere le leve della menzogna sin oltre il ridicolo, in uno scenario degno di George Orwell e del suo 1984: “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.

Gentiloni, Draghi, Calenda, Tajani, Fassino, Prodi, Picierno e via discorrendo. Molti ottusi e politicamente riprovevoli personaggi ci dicono a reti unificate che dobbiamo riarmarci, che gettare miliardi per munizioni, droni e carri armati è giusto, se non addirittura etico. Fondi per di più a debito, in un cappio stretto al collo di chi verrà – se l’Europa esisterà ancora su una cartina geografica – nei prossimi decenni. Non si può fare debito comune per investimenti in sanità, istruzione, ricerca, assistenza, vera transizione ecologica, ma per acquistare materiale bellico neppure di un esercito comune – infattibile e utopistico – ma di ventisette eserciti diversi, sì.

Ve la ricordate la Grecia, strangolata dieci anni fa per un pugno di miliardi, un nulla rispetto agli 800 del progetto Rearm della signora Von der Leyen? I greci furono messi sul lastrico da una Ue che dichiarava infattibile produrre debito, e che con le stesse metodologie metteva all’angolo tutti i paesi in difficoltà finanziaria. Parliamo dell’Europa dell’austerity, del pareggio di bilancio in Costituzione, della Troika, ma anche dell’Europa che pur sbandierando valori di libertà, di difesa dalle aggressioni, di democrazia e di diritti umani non ha fatto niente per fermare in quasi un anno e mezzo il genocidio dei palestinesi ad opera dello stato terrorista di Israele, per altro ripreso l’altra notta con la strage di duecento bambini in poche ore.

Alla domanda se sia questa l’Europa che ci piace e che dobbiamo difendere, probabilmente chi era in piazza sabato risponderebbe con convinzione sì. D’altronde, in piazza del Popolo la parola Gaza non è stata utilizzata neppure una volta. Tanta invece è stata la retorica, tantissime le balle, infinita l’ipocrisia.

Uno degli interventi peggiori lo ha tenuto lo scrittore Antonio Scurati, divenuto militarista di prim’ordine; già qualche settimana fa deprecava la mancanza di uno spirito guerriero tra gli italiani, di una voglia di andare al fronte a combattere i cattivoni russi. Ovviamente lo diceva ben seduto sulla poltrona di casa sua, perché il prode Scurati mica ci pensa ad arruolarsi. In piazza del Popolo l’autore della fortunata collana M è riuscito a superarsi grazie ad un’esaltazione grottesca dell’Occidente e dell’Europa: “noi non siamo gente che invade paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili, non deportiamo clandestini in catene a favore di telecamera”.

E’ noto infatti che Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia e Siria si siano invasi da soli; le deportazioni vanno bene invece se a telecamere spente, come facevano Clinton e Obama, mentre la distruzione delle città e le torture in fondo sono accettabili se affidate ai libici o se compiute da alleati come Israele, verso cui niente si può dire perché altrimenti si diventa antisemiti.

Se da Scurati tuttavia non mi aspettavo niente di meglio, ho avuto un colpo al cuore ascoltando le parole di Roberto Vecchioni. Costui è un mio mito musicale e umano, una persona garbata e di rara intelligenza che mai avrei pensato potesse partorire certe affermazioni. A Roma Vecchioni ha invitato la folla a chiudere gli occhi e a pensare a nomi come Socrate, Spinoza, Marx, Manzoni, Leopardi: “ma gli altri le hanno queste cose?”

Che tristezza, professor Vecchioni. Come se in Russia non avessero neppure mezzo nome degno di nota. Il cantautore ha provato a scusarsi dicendo che non si riferiva ai russi, ma all’America di Trump e Musk. Una toppa peggiore del buco, una contrapposizione manichea tra “noi” e “loro” che nulla ha a che fare con la cultura, per sua stessa natura elemento di unione e non di divisione tra popoli ed etnie.

Un discorso che rimanda alla peggiore Oriana Fallaci, quella dell’11 settembre e della crociata contro l’Islam. All’epoca seppe risponderle magistralmente Tiziano Terzani. Le sue Lettere contro la guerra sono tornato a rileggerle in questi giorni. Un lampo di luce, nell’oscurità di tempi malati, folli e imbottiti di proiettili.

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