“Stelle, già dal tramonto, si contendono il cielo a frotte, luci meticolose nell’insegnarti la notte […] Odore di Gerusalemme…”
Delle tante frasi su Gerusalemme, quelle di Fabrizio De Andrè ne Il ritorno di Giuseppe sono tra le più belle. Di questa città non si può perdere il ricordo. “Se ti dimentico, Gerusalemme, si secchi la mia mano destra” recita il Salmo 137. Nessuno corre questo rischio, perché Gerusalemme non si dimentica.
Le mie città del cuore sono tante e diverse: Parigi, Sarajevo, Palermo, Istanbul… Gerusalemme sta per forza nel ristretto gruppo eletto, e ci sta in un modo unico, poiché unica è la sua storia e la sua natura. Franco Cardini nel suo splendido e accurato libro dedicatole scrive che “questa non è una città, questa è la vita di ciascuno di noi, che a volte c’illude e a volte ci fa disperare, a volte ci sembra irreale, a volte inutile”.
Gerusalemme è passata di mano in mano come un tesoro prezioso e scottante di cui nessuno riesce a godere pienamente e a lungo. Di origine antichissima, fu il centro del regno ebraico fino alla deportazione del popolo eletto a Babilonia voluta da Nabucodonosor. Ciro il Grande, persiano, nel 538 a.C. autorizzò gli ebrei a tornare a Gerusalemme e a ricostruirla, fino a quando l’arrivo dei romani segnò il principio di una lunga serie di dominazioni: gli arabi di Umar nel 638, i crociati nel 1099, Saladino nel 1187, gli ottomani di Selim I nel 1517, i britannici dopo il 1917.
Nel 1948 la prima guerra israelo-palestinese divise la città in due, con la parte est occupata dalla Giordania. Poi, dal 1967, sotto la guida di Moshe Dayan gli israeliani se la ripresero per intero, occupando da allora sino ad oggi quella parte orientale che dovrebbe invece essere la capitale dello stato di Palestina. Non c’è pace a Gerusalemme, non c’è mai stata.
Città santa delle tre grandi religioni monoteiste, ha sempre dovuto portare il peso di questo ruolo magico e scomodo. Le mura racchiudono suggestioni da cui non si può sfuggire, anche se non hai il dono della fede. L’unico accesso dal lato occidentale è la porta di Giaffa, la più famosa e fotografata. La eressero gli ottomani nel Cinquecento, mentre ricostruivano la cinta muraria di Al-Quds, il nome arabo della città. La parte vecchia racchiude in un piccolo spazio i luoghi sacri di musulmani, ebrei e cristiani.
Ricordo l’emozione palpabile nell’attraversare quelle strade strette che profumano di un passato eterno, e di una dimensione superiore che non si può percepire con i sensi. Ho sentito qualcosa di misterioso a Gerusalemme. Forse semplice suggestione, forse un semplice volo della mente verso una fede che non ho mai avuto e verso la quale tuttavia ho sempre avuto l’anelito.
Al Muro del Pianto gruppi di ebrei ortodossi pregano e muovono la testa, riempiendo di piccoli biglietti le fessure tra le pietre di ciò che rimane dell’antico tempio salomonico. Nella spianata delle moschee, Haram al-Sharif, la Cupola della Roccia e la moschea Al-Aqsa richiamano i fedeli islamici nei luoghi per loro più sacri dopo La Mecca e Medina. La cristianità invece si muove lentamente verso il Santo Sepolcro, laddove Gesù fu sepolto e l’imperatore Costantino edificò la prima basilica per custodirne la memoria. Ricordo il mio cuore battere forte quando abbassando la testa entrai nell’Edicola, l’edificio più volte distrutto e ricostruito che all’interno della basilica custodisce la pietra sepolcrale del Nazareno. Si prega per fede, per suggestione, per conformismo a Gerusalemme. Ma si sente comunque qualcosa, che va oltre la nostra mente e la nostra carne.
Oggi a Gerusalemme restano soltanto l’odio e l’intolleranza. Lo stato sanguinario di Israele, che continua ad occupare illegalmente la parte orientale della città con l’obiettivo dichiarato di annetterla, così come fa con la Cisgiordania, ha sbarrato le porte della spianata delle moschee ai musulmani per la fine del Ramadan e pochi giorni fa financo quelle della basilica del Santo Sepolcro ai cristiani per le celebrazioni di Pasqua. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino in Terrasanta, è stato tenuto fuori dalla polizia: un gesto talmente inedito che è riuscito persino a suscitare le proteste del governo Meloni, solitamente silente di fronte al genocidio dei palestinesi e tra i principali complici del governo assassino di Netanyahu.
Israele sta precipitando in una irreversibile deriva di fanatismo e fondamentalismo ebraico, di cui è emblema il ministro terrorista Ben Gvir che sventola il cappio alla Knesset per festeggiare l’approvazione della pena di morte per i soli prigionieri palestinesi. Nella notte dell’umanità, del diritto e della misericordia, la religione diventa uno strumento di morte e di aggressione, proprio in quei luoghi in cui si rivolgono a Dio preghiere ricche di belle parole e di promesse di buone azioni.
Ma Dio non può essere un vessillo ipocrita, o una spada da brandire per colpire altri esseri umani. Nella canzone La stazione di Zima, Roberto Vecchioni descrive le nostre diversità religiose come un cantare “la stessa canzone con altre parole. E che ci facciamo male, perché non ci capiamo niente”. A Gerusalemme lingue e canti si mescolano, in un antichissimo incrocio di fedi e culture. Ciò dovrebbe portare pace, invece porta soltanto la guerra. Sanguina il cuore della città santa, e le grida di dolore risuonano più forti di ogni preghiera.


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