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MAI PIU’?

In prima superiore avevo un compagno di classe con cui strinsi, per un annetto circa, una bella amicizia. Parlavamo spesso di politica, avevamo idee simili, nel fervore pulito dei quindici anni. Nel nostro comune estremismo c’era un punto su cui egli mi sorpassava, e su cui le nostre posizioni dissentivano. La vicinanza alla Palestina si accompagnava in lui anche ad una riduzione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria; pur non negando la necessità di ricordare i massacri della Seconda Guerra Mondiale, egli mi diceva che era ipocrita e strumentale ricordare ciò che gli ebrei avevano subito per mano nazista, poiché erano stati poi capaci di riversare altrettanto odio e altrettanta oppressione su un altro popolo, quello palestinese.

Ci confrontavamo in maniera animata, ma sebbene comprendessi le sue posizioni non riuscivo ad accettarle. Il mio rispetto per il dramma della Shoah è sempre stato sacrale. Gli studi che ho fatto negli anni hanno ampliato la comprensione e l’empatia di una tragedia figlia non del caso, ma di un odio e di una pianificazione studiati e nutriti nel tempo. All’epoca del liceo poi era ancora freschissimo il ricordo del viaggio che feci nel maggio 2009, in terza media, ai campi di sterminio tra Austria, Germania e Italia; un’esperienza forte, profonda, di cui conservo ancora un ricordo indelebile anche per i compagni di scuola con cui lo condivisi e per le guide che mi aprirono il cammino, su tutte la mia professoressa di lettere.

Ho nella mente mentre scrivo le sensazioni che provai mettendo piede nel primo campo di quel viaggio, Dachau, e il turbinio di riflessioni che mi agitarono al ritorno a casa.

Al mio amico di prima superiore ripetevo che le vicende del conflitto israelo-palestinese non potevano oscurare, inquinare o menomare il ricordo dell’Olocausto. Mai come quest’anno, mai come in questo Giorno della Memoria, sento vacillare quelle perentorie certezze.

Mi arriva l’eco dei pensieri di quell’amico liceale, sento che il mio punto di vista è cambiato: non posso incolpare me stesso, perché sono i fatti ad aver inciso sul mio modo di vedere le cose. E’ stato l’orrore a cui ho dovuto assistere per quindici mesi. Sono state le immagini di ragazzi bruciati vivi, di neonati avvolti in sacchetti bianchi, di corpi esanimi stritolati tra le macerie. E’ stato l’inferno di Gaza, e quello parallelo, in queste ore tornato alla ribalta, della Cisgiordania.

Genocidio, lo ha definito la giustizia internazionale; non ci sono ancora sentenze definitive, ma la mia testa un giudizio lo ha già emesso, e ormai da molto. Israele sta massacrando i palestinesi come mai aveva fatto prima. La guerra certo non è scoppiata l’altro giorno – o il 7 ottobre, come parecchi tromboni della propaganda vorrebbero far credere – e anzi va avanti dal 1948. Ne abbiamo viste tante in questi decenni, tra occupazioni illegali, apartheid, violenze sistematiche, colonizzazione, deportazioni, violazioni di ogni tipo di diritto. Ma ciò che la cronaca ci ha messo di fronte dall’autunno del 2023, per quanto oscurato e manipolato da buona parte dei media, non si era mai visto.

La crudele ironia della Storia ha voluto che uno stato nato dall’orrore di un genocidio, dall’eliminazione di sei milioni di ebrei nei modi più indicibili, sia diventato adesso protagonista di una mattanza non paragonabile nei numeri, ma senz’altro nelle modalità e nelle intenzioni.

Ascoltare le parole di Netanyahu, o ancor di più dei ministri dell’estrema destra sionista come Smotrich e il dimissionario Ben-Gvir, fa riecheggiare le affermazioni dei gerarchi nazisti sulle altre razze inferiori; ciò che i fascisti israeliani dicono e pensano dei palestinesi, dei loro diritti, del loro posto nell’umanità, non è tanto diverso da ciò che si diceva in Germania novant’anni fa; la Grande Israele di cui parlano i sionisti non è tanto diversa dal lebensraum, lo spazio vitale, di cui scriveva Hitler nel Mein Kampf. Così come non sono tanto diversi gli agghiaccianti coloni israeliani che portano i figli a vedere le macerie di Gaza dalle normali famiglie tedesche che nell’indifferenza o nella complicità accettavano le violenze prima e lo sterminio poi nei confronti degli ebrei.

Durante il mio viaggio ai campi di sterminio, ricordo che nella processione a Mauthausen, nell’anniversario della liberazione del campo, su uno striscione compariva l’espressione “mai più” in tantissime lingue. Tante volte lo abbiamo sentito ripetere, tante volte ci siamo convinti che così dovesse essere. In realtà mai più è soltanto una grande bugia. Il mondo è rimasto a guardare per quindici mesi mentre ogni giorno centinaia di palestinesi perdevano la vita, e continua a rimanere immobile mentre Israele fa tutto quello che a qualsiasi altro paese non sarebbe permesso; addirittura adesso la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti d’America, avalla ufficialmente l’idea sionista di deportare tutti i palestinesi da qualche altra parte.

Ciò si chiama pulizia etnica. Ed è la sorella minore del genocidio, azioni entrambe criminali e abominevoli che ci eravamo promessi di non tollerare mai più. Non è però certamente la prima volta.

C’è stato un genocidio in Bosnia trent’anni fa, e nello stesso periodo ce n’è stato uno ancora più mostruoso in Ruanda. A Visegrad, dove sono stato quest’estate, i bosniaci musulmani venivano sgozzati e buttati nella Drina, le famiglie venivano chiuse in casa e bruciate vive, le donne diventavano schiave sessuali in alberghi termali. A Srebrenica oltre 8000 persone furono trucidate in pochi giorni. Rimanemmo tutti a guardare, mentre si consumava l’orrore. E anche prima della Shoah i popoli avevano conosciuto una sistematica e volontaria distruzione, come gli armeni nella Grande Guerra, o i nativi pellerossa in quella che è ancora oggi – incredibilmente – nota come la più grande democrazia del pianeta.

La Storia va insegnata perché sappia a sua volta insegnare qualcosa. La memoria va coltivata per tramandare volti e vicende di chi non c’è più, e anche per guidare ogni essere umano in azioni diverse, in un futuro migliore. Continuiamo però a commettere gli stessi sbagli, gli stessi crimini. Forse non abbiamo in alcun momento davvero smesso, né voluto farlo.

Mai come quest’anno mi sento confuso. Mai come quest’anno mi sento arrabbiato. Che sia questa la Giornata della Memoria perduta?

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