“Hamas si conferma un’organizzazione terroristica senza scrupoli, il vero ostacolo alla pace dei figli di Abramo. Il ritrovamento dei cadaveri degli ostaggi chiarisce anche ai più scatenati odiatori di Israele quale sia la posta in gioco: barbarie contro civiltà”.
A pronunciare queste retoriche, false, disgustose parole è stato pochi giorni fa Matteo Renzi. E fin qui nulla di strano: che il politico più detestato d’Italia si esprima con frasi a cui possono essere accostati gli aggettivi sopra utilizzati non fa notizia. Suscita però clamore apprendere che all’interno del Partito democratico e in una parte della (presunta) sinistra c’è chi sta remando per costruire un’alleanza con il più grande inganno della nostra storia politica recente.
Gli esperti di psicologia la chiamerebbero sindrome di Stoccolma. Il seviziato, il Pd, arriva a provare ammirazione e a nutrire un legame profondo con il proprio aguzzino, Renzi, nonostante quest’ultimo sia stata causa delle sue disgrazie. La versione sbagliata di Berlusconi mise le mani sul partito nel 2013 riempiendolo con una classe dirigente così irritante e incapace da far sembrare il ministro Sangiuliano un illuminato buontempone; dopo l’exploit delle europee del 2014, fuoco di paglia figlio dell’abbaglio collettivo, il Pd iniziò una inesorabile discesa passata per la Caporetto del referendum del 2016 e conclusa con il minimo storico alle politiche del 2022. Renzi ha svuotato completamente una forza politica dei suoi ideali e della sua credibilità, spostandola nel campo centrista e realizzando negli anni di governo alcuni dei massimi orrori mai visti: Jobs Act, Buona Scuola, riforma costituzionale, sfascio della sanità, e via discorrendo.
Non tutti i mali sono arrivati con Renzi, è bene essere chiari. Il Pd e i suoi predecessori si erano macchiati di colpe gravissime anche nei vent’anni precedenti, su tutte a mio giudizio l’incapacità di fermare il conflitto d’interessi di Berlusconi e la partecipazione al criminale bombardamento della Serbia nel 1999, con D’Alema premier e Mattarella ministro degli Esteri. Il dopo Renzi è stato ugualmente deprimente, con l’atto finale rappresentato dal naufragio finale di Enrico Letta e della sua folle strategia ultraatlantista e sottomessa a Draghi. La nuova segretaria Elly Schlein ha avuto l’occasione d’oro di spazzare via i residui tossici renziani e di avviare una nuova fase di alleanze e programmi, ma l’eterno ritorno dell’uguale pare condannare il baraccone del Nazareno a riunirsi con chi, dopo averlo rovinato, lo ha offeso e preso a pesci in faccia un giorno sì e l’altro pure.
“I veti vanno tolti, bisogna parlare di temi e non di nomi” si sente ripetere da più parti in queste settimane; proprio la balbettante Schlein scansa ogni domanda diretta e si rifugia in simili supercazzole. Bene, parliamo dunque di temi. In cosa il Pd dovrebbe o potrebbe trovare sponda in Italia Viva e nelle sue farmaceutiche percentuali? In due anni di governo Meloni Renzi è stata la stampella dell’esecutivo su molteplici questioni: giustizia, fisco, salario minimo, caso Santanchè, premierato, politica estera. Su quest’ultimo punto Renzi ha sempre sposato il servilismo atlantista, appoggiando la guerra a oltranza in Ucraina, ogni aumento di spesa militare e fiancheggiando lo stato terrorista di Israele nella pulizia etnica in Palestina.
Un momento, ma tutto ciò non lo abbiamo già visto? Certo, nel Pd! Anche il partito di Schlein infatti, infarcito di parlamentari che invocano la guerra totale con la Russia, compilano liste di presunti putiniani e tacciano di antisemitismo chiunque osi criticare il sionismo fascista di Israele, condivide questa linea. Così come condivide molte altre posizioni, o le ha condivise in passato (da citare il reddito di cittadinanza, per il quale il Pd votò contro nel 2018). Che tra la vittima e il carnefice vi siano allora in realtà molti punti in comune? Assai probabile. Fatto sta che molti elettori dem, un quarto secondo un recente sondaggio de Il Fatto Quotidiano, non voterebbero una coalizione con dentro il fu rottamatore. La percentuale sale esponenzialmente se si considerano gli elettori del Movimento 5 Stelle e di Avs – non indenni da colpe recenti come l’appoggio al governo Draghi o candidature evitabili come quella di Ilaria Salis – che almeno però paiono molto risoluti nel no a Renzi.
Come fare altrimenti d’altronde, per decenza, nei confronti di un personaggio così ambiguo, inaffidabile e deplorevole; un parlamentare della Repubblica che è al soldo di un despota tagliagole come Bin Salman, mandante del brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, il quale per chi se lo fosse scordato fu fatto a pezzi con una motosega nel consolato saudita di Istanbul. Tuttavia nessun problema, perché l’Arabia è un alleato dell’Occidente e i nemici della civiltà, lo sappiamo, sono solo Putin, Hamas e l’Iran.
Se il Pd, e con lui i suoi alleati, vorranno cadere nell’abbraccio mortale di Matteo Renzi è in fondo, per quanto triste, affar loro. Forse neppure tanto grave, per un partito già mezzo morto dove l’anima di Renzi non se n’è mai andata.


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