“E’ il momento di uscire allo scoperto, è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi. […] Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione”.
Era il 2002, e in quel meraviglioso e magistrale testo che sono le “Lettere contro la guerra”, Tiziano Terzani così si esprimeva sulla necessità di riempire le piazze e smuovere le proprie coscienze per fermare il delirio bellicista e la balla dello scontro di civiltà. Era il tempo della guerra in Afghanistan, del panico globale successivo all’attentato dell’11 settembre, e di lì a poco della guerra in Iraq. Le parole di Terzani sono di straordinaria attualità, in questo mondo che precipita verso l’abisso.
Di fronte al primo genocidio trasmesso in diretta, quello dei palestinesi, l’opinione pubblica mondiale sta alzando la testa e sta uscendo sempre più allo scoperto. Stranamente, le piazze si sono riempite anche in Italia. Il nostro è storicamente un paese immobile, conservatore, poco incline a rivoluzioni, lotte e impegno civile. In questi giorni abbiamo invece assistito ad una trasversale ondata di indignazione che ha stanato la popolazione unendo sotto la bandiera palestinese generazioni e persone diverse, anche per cultura politica.
Dobbiamo dire grazie alla Global Sumud Flotilla se ciò è stato possibile. Questo equipaggio, che pur parlando diverse lingue si è stretto nel comune idioma della solidarietà, dell’umanità e dell’obbedienza alle leggi, ha squarciato il velo di ipocrisia e di immobilismo del nostro mondo occidentale. Di fronte a governi complici, di fronte a istituzioni balbettanti e ambigue, donne e uomini disarmati sono partiti per Gaza non soltanto con l’obiettivo di portare aiuto concreto ad una popolazione che sta morendo, tra le tante, di fame, ma anche di lanciare un chiaro messaggio simbolico e politico. Se il primo intento è purtroppo, come prevedibile, fallito, il secondo è riuscito a pieno.
La Flotilla ha scatenato la rabbia e il grido di protesta di migliaia di cittadini stanchi di assistere allo sterminio sistematico della gente di Palestina. Su quelle navi è salita la parte migliore della nostra società, il volto più luminoso e coraggioso di un occidente che grazie a questi quasi cinquecento volontari ha salvato quantomeno la faccia. La Storia darà giudizi, e sarà come sempre impietosa. Chi ha permesso quanto da due anni sta accadendo a Gaza, chi si è voltato dall’altra parte, chi pur potendo non ha mosso un dito, sarà condannato. I nostri figli, i nostri nipoti ci chiederanno dove eravamo mentre un intero popolo veniva strappato dalla sua terra e dalla sua vita. I membri della Flotilla potranno dire di aver fatto qualcosa, di aver sputato sull’ignavia per tendere una mano ai gazawi e per scuotere finalmente dal torpore tutti noi.
Lo stato terrorista e genocida di Israele si è mosso come di consueto, ovvero fregandosene del diritto internazionale; d’altronde, ce l’ha ricordato anche quel caricaturale e imbarazzante personaggio del Ministro degli Esteri di Israele in Italia, Antonio Tajani, si sa che il diritto internazionale conta fino a un certo punto. La Global Sumud Flotilla è stata prima attaccata con droni in acque internazionali e poi nelle stesse è stata intercettata, fino ad essere abbordata in acque che sebbene palestinesi Israele controlla illegalmente da sedici anni.
L’equipaggio è stato arrestato, umiliato, torturato e trattato come feccia per giorni prima di essere espulso dal territorio israeliano. La Flotilla è stata passata in rassegna da quel riprovevole mostro che è Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza di Israele, violento fascista e sionista che insieme al compare Smotrich invoca costantemente la cancellazione del popolo palestinese e l’annessione di Gaza e della Cisgiordania.
Di fronte questo schifo, di fronte a questo orrore, il governo italiano ha osato attaccare i volontari della Flotilla, per delegittimarli e deriderli. I trombettieri dell’esecutivo da televisioni e giornali hanno rincarato la dose, ripetendo la menzogna secondo cui la Flotilla sarebbe finanziata da Hamas. La difesa a oltranza di Israele, e l’assurda idea che attaccare il governo Meloni sia per la Flotilla e chi per essa manifesta prioritario rispetto ad aiutare i palestinesi, copre di infamia politici e giornalisti i quali non saranno un giorno risparmiati dal giudizio impietoso della Storia.
I genocidi e le bestialità umane sono sempre state riconosciute a posteriori, senza che sul momento venisse fatto niente per fermarli: la Shoah, il Ruanda, Srebrenica, una lunga lista che arriva adesso fino a Gaza. Non soltano Gaza, ma anche la Cisgiordania, dove quotidianamente da decenni i coloni israeliani, fuori da ogni legge, uccidono, picchiano, depredano e assalgono l’inerme popolazione palestinese, colpevole solo di voler vivere in quella che è casa sua, e che Israele invece occupa illegalmente e vorrebbe unire in maniera definitiva al proprio territorio.
Altra folle accusa rivolta alla Flotilla è quella di aver messo a rischio il piano di pace proposto da Donald Trump. Premesso che la missione è partita ben prima che il piano di pace vedesse la luce – nella teoria e nei discorsi nei quali ancora si trova, perché di concreto non vi è niente – è ridicolo e offensivo della comune intelligenza provare a far credere che un accordo di pace a cui lavorano diplomatici e potenze internazionali possa esser messo in pericolo da un gruppo di barche cariche di acqua e cibo, intenzionate soltanto a dare un sostegno a donne, uomini e bambini che ogni giorno muoiono o sopravvivono a stento.
Sulla soluzione che si sta partorendo negli Usa poi è bene aprire un capitolo a parte. Non c’è dubbio che ogni iniziativa che possa fermare il quotidiano massacro nella Striscia sia ben accetta, e che i palestinesi è meglio rimangano vivi piuttosto che siano sterminati come accade da due anni a questa parte. Tuttavia, quello in discussione a Washington è un piano coloniale che ci riporta indietro di almeno un secolo nei rapporti tra l’occidente e il resto del mondo, visto come terra di conquista e non come pari.
I palestinesi vengono considerati in uno stato di minorità, incapaci di decidere da soli del proprio destino e anzi non degni di autodeterminarsi: per essi ci vuole un amministratore di sostegno, in questo caso l’America e il carissimo Tony Blair. Già, proprio colui che insieme a George Bush ha sulla coscienza la vergognosa guerra in Iraq e i conseguenti 600.000 morti, e colui che guarda caso ha le mani in pasta nella British Petroleum, intenzionata a sfruttare le enormi ricchezze sotterranee del mare di Gaza. Soltanto politici imbarazzanti e grotteschi come Matteo Renzi possono accogliere Blair come un salvatore.
Il benessere in Medio Oriente non lo porteranno Blair e Trump, ma potrà verificarsi soltanto quando i palestinesi avranno un proprio Stato, quando Israele la finirà di violare impunemente diritti umani e leggi internazionali e quando gli estremismi, tanto in Israele quanto tra le file dei palestinesi, saranno neutralizzati e allontanati dalla vita politica e civile. Fino a quel momento, ognuno di noi ha il dovere morale e storico di non girarsi dall’altra parte di fronte al dramma di un popolo che da quasi ottant’anni vive in condizioni inaccettabili.
Ed è per questo che di fronte a gesti come quello della Global Sumud Flotilla dobbiamo solo inginocchiarci, dire grazie e scendere in piazza ad urlare il nostro sostegno.


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