Mancano solo pochi giorni, giorni che come ogni anno avranno il paradosso di sembrare infiniti ma di volare in realtà in un attimo. Testa, sonno, stomaco e fegato vorrebbero che domenica arrivasse presto, ma il cuore, che ha le sue ragioni che la ragione non conosce, desidera che questa attesa non abbia mai fine.
E’ Festa dell’Uva, di nuovo. Come da cento anni, o quasi, perché quest’anno siamo a novantanove e il secolo viene appena sfiorato. Una storia lunga, bellissima, di cui ho avuto come tanti la fortuna di far parte con la passione rionale addosso. C’è sempre stato e sempre ci sarà il bianco del rione del Sant’Antonio sulle mia pelle e nelle mie vene, dai ricordi sbiaditi di bambino a questo strano e sospeso settembre dei miei trent’anni.
Alle pendici del monte, all’ombra della cappellina dedicata ad un santo abate vissuto oltre un millennio fa, sono cresciuto per scelta e per destino, attraversando momenti indimenticabili. Belle le vittorie, belle le coppe alzate, bella la gioia di trionfare, ma bello soprattutto il sentirsi a casa; gli amici, gli anziani che mi hanno accolto e insegnato, i bambini che ho visto diventare grandi; il ricordo di chi se ne è andato, il calore di sta intorno e indossa lo stesso colore, le canzoni urlate in cene di goliardia, entusiasmo e follia; i progetti, le ore piccole, la fatica, le risate, gli scherzi, i pianti, le litigate; i bicchieri di vino, l’odore del ferro e del legno, il mastice sulle mani, l’uva negli occhi; mille prove sul pratone, carri belli e carri brutti, vestisti sporchi, misure da prendere; umido, pioggia, sole cocente, tramonti e albe, ansia e speranza, felicità e dolore.
Non è il rione azienda quello a cui sono legato, ma il rione famiglia, quello che si guarda indietro e conserva le sue tradizioni, quello dove il senso di legame, di solidarietà e di fratellanza è più importante del senso dei soldi, della produttività e del successo.
Da stasera sarà un turbinio. Il venerdì santo, il giro dei carri, il sabato che inizia quando il giorno e la notte sono ancora mischiati. Le prove in piazza, gli ultimi ritocchi che puntualmente arrivano la domenica mattina. Ci sarà da fare la discesa del parco sperando che i carri rimangano interi, ci sarà da correre in via della Libertà perché qualcosa manca o non è perfetto, mentre le finestre della via ci salutano con decine di stendardi bianchi. La sfilata, l’attesa infinita sotto il Comune. Poi sarà gioia o sconforto, ma in caso sarà sempre rione.
Perché nella vita tutto può cambiare, e anche in fretta, ma il rione rimane sempre lì, come una mamma che non ti abbandona e che tu non puoi abbandonare. Coraggio vecchio santo, che le nostre tante e luminose stelle nel cielo ce la mandino buona. E se buona non sarà, avremo comunque sempre una bandiera bianca da sventolare e sotto cui ripararci, per un altro secolo di questa Festa, per un altro secolo di questa vita.


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