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IRAN, 1953

Quella macchietta del nostro Ministro degli Esteri, il mitologico Antonio Tajani, con le sue dichiarazioni di qualche tempo fa ha suscitato ilarità e segno, ma non ha fatto altro che fotografare la realtà: “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”. Una frase in cui purtroppo non vi sono errori.

Il diritto internazionale vale in maniera limitata e vale soprattutto per alcuni. L’attacco americano al Venezuela ci ha confermato che determinati paesi in questo mondo, nello specifico gli Stati Uniti e i loro alleati/vassalli, possono fare ciò che vogliono nella più totale impunità e anzi negli applausi accondiscendenti di orde di servi.

Vladimir Putin è stato giustamente incriminato dalla Corte Penale Internazionale per la sua criminale aggressione dell’Ucraina, e da quattro anni sentiamo ripetere a tamburo battente da politica e media che la Russia è una minaccia per la nostra libertà, le nostre leggi e la nostra democrazia. Donald Trump ha fatto esattamente la stessa cosa di Putin, ovvero ha violato la sovranità di un altro stato con un’aggressione militare fuori da ogni legittimità giuridica, ma per l’Occidente l’attacco del tycoon è legittimo, difensivo e financo giusto.

Decine di venezuelani innocenti sono morti sotto le bombe nel blitz statunitense e un capo di stato è stato sequestrato. Il fatto che Maduro sia un dittatore liberticida non autorizza alcuna violazione del diritto internazionale, anche perché le ragioni dell’operazione militare non stanno certo nella difesa dei diritti del popolo del Venezuela, bensì ovviamente nella sete di quel petrolio di cui il paese sudamericano possiede la maggior quantità di riserve nel pianeta.

Trump è solamente l’ultimo di una lunga lista di presidenti americani che per interessi economici e geopolitici hanno violato la sovranità di decine di paesi a giro per il mondo. Solamente la conoscenza della Storia, unita all’ormai sempre più rara dote dell’onestà intellettuale, permette di parlare con contezza dei fatti. Ne “Le guerre illegali della Nato” il giornalista svizzero Daniele Ganser racconta nel dettaglio tutte le operazioni illegali degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica dal dopoguerra ad oggi, tra aggressioni aperte e colpi di stato nell’ombra. Tra queste, vi è la guerra illegale contro l’Iran nel 1953.

Di Iran si parla molto in questi giorni, ma spesso a sproposito. Il popolo iraniano sta coraggiosamente alzando la testa contro un regime sanguinario, il quale mostra tutta la sua brutalità nella repressione violenta delle manifestazioni e nell’intensificazione delle condanne a morte dei dissidenti. L’ayatollah Khamenei e lo stato teocratico da egli guidato non hanno mai avuto le mie simpatie, sebbene vada riconosciuto il ruolo dell’Iran nella lotta all’Isis (e per quanto mi riguarda anche allo stato terrorista di Israele).

Tuttavia, augurarsi che gli iraniani siano “liberati” dalla bombe di Trump è stupido, e figlio di una spaventosa ignoranza. Quanti di coloro che inneggiano agli Usa e criticano la Repubblica Islamica sanno come questa sia nata? Risposta facile, quasi nessuno. L’islamismo sciita non è andato per caso al potere nel 1979: ce lo hanno spinto americani e inglesi con le loro azioni violente e illegali di ventisei anni prima.

Nel 1953 la carica di primo ministro dell’Iran era rivestita da Mohammad Mossadeq. Il leader del Fronte Nazionale aveva preso nel 1951, anno in cui venne democraticamente eletto, la coraggiosa decisione di nazionalizzare il petrolio persiano sottraendolo in tal modo al controllo britannico. A partire dalla prima trivellazione nel 1908, la Anglo-Iranian Oil Company gestiva la produzione di petrolio in Iran: “l’AIOC ha pagato molto più in tasse al governo britannico che in royalty a quello iraniano”, ha calcolato la storica Nikki Keddie. Gli iraniani rimanevano poverissimi mentre Londra si arricchiva senza limiti grazie al greggio di Teheran.

Quando Mossadeq tolse loro il petrolio, gli inglesi rimasero scioccati e si appellarono alla Corte internazionale di giustizia, ma persero la causa. Così passarono ad altri sistemi. Dapprima respinti dal presidente americano Truman, trovarono sponda nel nuovo presidente Eisenhower per rovesciare Mossadeq. Allen Dulles, capo della Cia, stanziò un milione di dollari “da utilizzare per tutti gli interventi che dovessero portare alla caduta di Mossadeq”.

Sostenere ribelli e bande armate per gettare nel caos un altro paese e rovesciarne il governo è proibito dal diritto internazionale; eppure Gran Bretagna e Usa agirono proprio in questo modo, secondo uno schema che tante volte la Nato avrebbe riproposto nei decenni successivi. Il 19 aprile 1953 ebbe inizio l’operazione “Ajax”, con il rapimento da parte di un manipolo di iraniani al soldo della Cia del capo della polizia di Teheran, fedelissimo di Mossadeq. A luglio l’agente della Cia Kermit Roosvelt si recò in Iran per incontrare lo scià Reza Pahlavi e fargli pressione affinché sostituisse Mossadeq con il generale Zahedi, suo storico avversario.

Per restare al potere lo scià assecondò le richieste anglo-americane e il 13 agosto firmò l’atto di dimissioni del primo ministro Mossadeq e la nomina al suo posto di Zahevi. Mossadeq tentò disperatamente di appellarsi al popolo iraniano, ma nulla poté di fronte alle azioni delle milizie addestrate e finanziate dalla Cia, le quali gettarono il paese nel caos e il 19 agosto arrestarono Mossadeq mettendolo prima in prigione e poi agli arresti domiciliari. Zahedi divenne capo del governo e Reza Pahlavi, rifugiatosi a Roma durante i disordini, tornò in patria per assumere un potere tirannico sotto la protezione americana.

Il giornalista Tim Weiner ha scritto: “Comprandosi la fedeltà di soldati e marmaglia di strada, la Cia riuscì a creare un livello di violenza tale da condurre a un colpo di Stato”. Il primo atto del nuovo governo fu ovviamente la revoca della nazionalizzazione del petrolio, la cui gestione passò ad un nuovo consorzio in cui gli inglesi, visto l’aiuto ricevuto da Washington, dovettero accettare di condividere le quote con gli americani.

Con il pretesto della lotta al comunismo l’America si prese dunque una bella fetta del petrolio persiano, senza preoccuparsi minimamente, se non a parole, della libertà e dell’indipendenza dell’Iran. E’ ciò che stiamo vedendo in Venezuela, e che tante volte abbiamo visto tra Iraq, Libia, Siria e moltissimi altri paesi. Lo scià Reza Pahlavi divenne un vassallo della Nato, e il suo regime fu sanguinario, spietato e portatore di ingiustizia sociale.

Tra gli anni Sessanta e Settanta l’islam divenne il ricettacolo degli insoddisfatti, e l’ayatollah Khomeini, dal suo rifugio di Parigi, divenne la figura di riferimento di tutti coloro che sognavano un Iran libero dalla tirannia dello scià. Non è difficile capire perché l’islamismo sciita ebbe così diffusione tra la popolazione, e perché nel 1979 una folla inferocita fu protagonista della rivoluzione che trasformò l’Iran in una Repubblica teocratica, con a capo prima Khomeini e poi Khamenei.

Gli attuali tiranni che nell’antica Persia impiccano i dissidenti e sparano sui giovani ce li abbiamo spinti noi al potere: è stato il caro Occidente, con la sua sete di potere e ricchezza mascherata da azione libertaria, a permettere che si creasse la teocrazia sciita.

La Storia va studiata, capita e raccontata. Per conoscere il passato, e magari per smetterla di pensare che un presidente americano possa contribuire alla liberazione di quel mondo che gli Stati Uniti e la Nato, da ottant’anni a questa parte, hanno costantemente incendiato.

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