191958821-728df4e4-8014-4c54-86c0-010045f50ae6

LA LOTTA CONTINUA, JULIAN

La notizia che la Suprema Corte di Londra ha concesso a Julian Assange una nuova chance per evitare l’estradizione negli Stati Uniti è stata una luce nel buio. Flebile, purtroppo, ma pur sempre un bagliore.

Martedì mattina alle 10.30 i giudici di Sua Maestà hanno stabilito che il fondatore di WikiLeaks non verrà estradato immediatamente perché le autorità americane hanno tre settimane di tempo per presentare alla Corte delle garanzie che, se trasferito negli Usa, Assange non verrà condannato a morte e godrà – pur non essendo cittadino statunitense – della protezione del Primo emendamento, il quale protegge a livello costituzionale la libertà di stampa. Se gli Stati Uniti non riusciranno a presentare le garanzie richieste, allora Assange potrà presentare appello contro l’estradizione. La Suprema Corte ha fissato la prossima udienza per il 20 maggio.

E’ una piccola vittoria dunque, che non induce a farsi chissà quali illusioni, come ha dichiarato la moglie di Assange Stella Morris. Anche perché il giornalista australiano rimane in carcere, in quell’inferno di massima sicurezza che è Belmarsh, pochi chilometri fuori Londra: insieme ai peggiori criminali britannici, qui Assange prova a sopravvivere dal 2019, in pochi metri quadrati di spazio. Rimane aggrappato alla vita, anche grazie al sostegno dei tanti che nel mondo non hanno mai smesso di sostenerlo, ma le sue condizioni sono sempre più precarie. Alice Jill Edwards, relatrice speciale dell’Onu contro la tortura, ha dichiarato che le sue preoccupazioni sulla salute mentale di Assange non sono state placate dalla Corte, e il rischio di trattamenti inumani in caso di estradizione è molto alto.

Difficile in ogni caso fidarsi degli Stati Uniti, i quali tramite la Cia tentarono addirittura di uccidere Assange mentre egli si trovava all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, prigione non di nome ma di fatto nella quale Assange trascorse sette anni dal 2012 al 2019, senza neppure poter prendere un’ora d’aria perché altrimenti le autorità britanniche lo avrebbero immediatamente arrestato; cosa che avvenne appunto cinque anni fa quando il nuovo governo dell’Ecuador decise di ritirare la sua protezione diplomatica.

Julian Assange è uno dei più grandi giornalisti del nostro tempo. Il suo coraggio, e la conseguente persecuzione cui è andato incontro, lo rendono un eroe di fronte al quale abbassare la testa, dicendo grazie. La sua vicenda ha sempre toccato le mie emozioni più sincere, il mio coinvolgimento più sentito. Un brivido mi corre lungo la schiena ogni volta che leggo la risposta che diede al settimanale tedesco Der Spiegel dopo la pubblicazione degli “Afghan War Logs” nel 2010. Alla domanda del giornalista: “Lei avrebbe potuto creare un’azienda nella Silicon Valley e vivere a Palo Alto in una casa con piscina. Perché ha invece deciso di dedicarsi alla creazione di WikiLeaks?”, Assange risponde: “Si vive solo una volta e quindi abbiamo il dovere di far un buon uso del tempo a nostra disposizione e di impiegarlo per compiere qualcosa di significativo e soddisfacente. Questo è qualcosa che io considero significativo e soddisfacente. È la mia natura: mi piace creare sistemi su larga scala, mi piace aiutare le persone vulnerabili e mi piace fare a pezzi i bastardi. E quindi è un lavoro che mi fa sentire bene”.

Quanti di noi avrebbero avuto il coraggio di fare tale scelta? Quanti sacrificherebbero la propria libertà e la propria vita per fare ciò che è giusto, per rendere gli altri più liberi rivelando i crimini del Paese più potente del globo? Il potere ti schiaccia, quando ti metti sulla sua strada. Il motivo dell’attacco del governo americano nei confronti di Assange risiede nella pubblicazione da parte di WikiLeaks di documenti riservati che hanno permesso all’opinione pubblica mondiale di scoprire gli abusi del governo e dell’esercito statunitensi.

I 76.910 report degli “Afghan War Logs” hanno aperto uno squarcio sulla guerra in Afghanistan nel periodo 2004-2009, rivelando centinaia di vittime civili e operazioni brutali contro donne e bambini. I 391.832 file denominati “Iraq War Logs” ricostruiscono gli anni del pretestuoso e criminale conflitto in Iraq dal 2004 al 2009 attraverso i resoconti dei soldati sul campo, e rivelano le atrocità e gli omicidi per mano delle forze irachene e di quelle americane, come nel video Collateral Murder in cui si vede un elicottero americano Apache sterminare vittime civili inermi a Baghdad tra le risa dell’equipaggio.

Le 756 schede sui detenuti del campo di prigionia di Guantànamo rinchiusi tra il 2002 e il 2009 mostrano come solo una parte minoritaria di loro fossero classificati come terroristi, mentre buona parte dei restanti era del tutto innocente ed era stata trasferita nel lager sulla base di sospetti mai provati o di scambi di persona; a Guantànamo l’esercito americano applica la tortura in maniera sistematica e barbarica, attraverso pratiche come il waterboarding, e analoghi strumenti vengono impiegati dalla Cia nelle prigioni segrete da essa gestite.

Le rivelazioni di WikiLeaks hanno permesso di scoprire i cablo della diplomazia americana e l’azione di pressione e coercizione nei confronti di decine Paesi tra cui l’Italia, come ad esempio nelle vicende preparatorie della guerra in Iraq, nel sequestro di Abu Omar nel 2003 in cui la Cia compì una delle sue tipiche azioni di sequestro di persona (extraordinary renditions), nei tentativi di spingere il governo italiano ad accettare gli Ogm per favorire gli interessi di multinazionali come la Monsanto e la Pioneer; grazie a WikiLeaks sono emersi inoltre l’utilizzo dello spionaggio globale come strumento politico da parte della Nsa e gli accordi di libero scambio promossi dagli Usa che calpestano la qualità delle merci e financo i diritti civili.

 La stampa di tutto il mondo ha ripreso e utilizzato gli scoop di Julian Assange, ha venduto copie e fatto ascolti con quelle notizie, ma adesso si volta dall’altra parte. Sentiamo ripetere da questi presunti campioni di liberalismo occidentali che Assange non è un baluardo del giornalismo, che ha violato la legge, che con le sue rivelazioni scriteriate ha messo in pericolo migliaia di soldati e civili (accusa falsa e per la quale mai mezza prova è stata fornita dagli Usa). Non una parola sui crimini rivelati, ma un fiume di sterco su colui che ha avuto la bravura e l’impavidità di rivelarli. I media e la politica della cosiddetta parte buona del mondo permettono che un giornalista marcisca in galera per aver rivelato ciò che doveva essere tenuto nascosto: c’è una bella differenza tra lui e Navalny, ci dicono. Non vi è alcun dubbio.

Se Assange fosse stato russo e avesse rivelato i crimini di Putin (cosa che per altro in parte ha fatto con i file che dipingono la Russia come uno “stato mafioso”), oggi sarebbe un martire idolatrato in tutte le piazze e in tutte le istituzioni europee e americane. Come Navalny, del quale – al di là del dovuto rispetto per il coraggio civile, per l’opposizione tenace a Putin e per la fine violenta e scandalosa – ci si dimentica sempre di ricordare le ripugnanti posizioni xenofobe e razziste nei confronti di immigrati e musulmani. Ma tutto fa brodo, nella crociata antirussa. Proprio perché viviamo in un sistema democratico, che fornisce sulla carta garanzie di diritti civili, di libertà di stampa e diritto all’informazione, non possiamo accettare che Assange paghi per aver fatto il suo mestiere. Se lo lasciamo morire in carcere, saremo ben peggiori della più terribile delle autocrazie.

Ho sentito la battaglia di Julian Assange come la mia fin dal principio. Due anni fa presentai un ordine del giorno, approvato all’unanimità dal consiglio comunale di Impruneta, per esprimergli solidarietà e chiedere al governo italiano di impegnarsi per evitarne l’estradizione. Un atto simbolico, certo, ma fatto nella convinzione che nessuno può rimanere indifferente di fronte ad una vicenda cruciale per la società in cui vogliamo vivere. Non restiamo in silenzio.

Caro Julian, c’è ancora lotta, c’è ancora speranza. Non sei solo, come non lo sono le tue idee. In culo ai potenti, agli ipocriti, ai servi e agli assassini di questo maledetto mondo.

Spread the love

Aggiungi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *