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UN SOGNO FATTO IN SICILIA

A volte nella vita capita di perdersi. Un percorso lineare è in teoria preferibile, tutti forse lo sceglieremmo se potessimo impostare l’esistenza col pilota automatico. Tuttavia sarebbe senz’altro più noioso. Capitano sempre buone occasioni, come scrive Tiziano Terzani: l’importante è saperle cogliere. Anche quando le occasioni buone non sono, e anzi portano smarrimento e dolore; ma pure quest’ultimo serve, va attraversato e va reso il maestro di un futuro migliore. Se fosse tutto lineare sarebbe più semplice. Anzi, più banale. E io banale, nel bene e nel male, non lo sono mai stato.

Nel buio può accendersi una luce che ha l’immagine della Sicilia. Ne ha la forma, i sapori, gli odori, le suggestioni. Sembra un sogno come quello di Candido nel romanzo di Sciascia. Che isola meravigliosa la Trinacria. La natura le ha donato luoghi di rara bellezza. La Storia l’ha resa terra di incontro di popoli e culture, creando un miscuglio affascinante ed eterno. Gli uomini, che della Storia sono protagonisti, hanno realizzato opere e monumenti di fronte a cui stupirsi, e talvolta inchinarsi.

Palermo credo sia la città dove mi trasferirei. Dopo Parigi, ma la “Ville Lumière” per il momento lasciamola stare. A Palermo basta un panino con la milza da Franco U’ Vastiddaru o un cannolo mattutino al Caffè Marocco, di fronte alla cattedrale, per tornare a vedere i colori della vita. Un tuffo a Mondello, una visita al magnifico Teatro Massimo, una passeggiata fino alla Kalsa. Arrampicandosi sul monte Pellegrino si vede tutta la città, e dall’altra parte il mare aperto; la sera c’è una luce particolare al calar del sole. Goethe aveva ragione nello scrivere che questo promontorio è il più bello del mondo.

A Palermo c’è l’eco della mafia, ma soprattutto la testimonianza di chi l’ha combattuta. Eroi, o semplicemente uomini e donne migliori degli altri. Ho portato il mio saluto e il mio silenzio in via d’Amelio, per Paolo Borsellino e per i ragazzi della sua scorta. Ogni paura è sopportabile, se si guarda in faccia quella che hanno sfidato loro.

Da Palermo ad Agrigento ci sono due ore di macchina, immerse nella riarsa campagna siciliana. Monti selvaggi ti guardano con quella circospezione e quella diffidenza tutte locali, mentre distese color dell’oro ricordano perché i romani avessero reso questa terra il proprio granaio. Agrigento prima di essere tale era Akragas. I greci vollero l’immortalità con templi che hanno resistito ai secoli e che oggi provano a farlo con la bruttezza dei palazzoni che li circondano. Greci, ma anche turchi. La scala di roccia che affonda nel mare, in uno dei tratti di costa più belli dell’isola, porta il loro nome; a dir la verità erano saraceni quei pirati che qua portavano minaccia con le barche, però la tradizione ha lasciato un’altra impronta. La Sicilia è in fondo un luogo di mille popoli, veri o presunti.

Si scende un po’ verso Mezzogiorno e un po’ verso est. Il paesaggio cambia, campi e vigneti si susseguono lungo il cammino, non sempre ben curati. Muretti a secco dividono la campagna dalla strada, alcuni borghi spuntano in alto alzando lo sguardo; il cielo è di un azzurro accecante, dal sole non vi è riparo. La parte sud-orientale della Sicilia è a mio giudizio la più affascinante. Primitivo, selvaggio, invaso da profumi e colori, questo angolo di mondo attira i turisti ma allo stesso tempo sembra rimasto fuori dalla modernità. A Modica, Noto, Ragusa, e in decine di altri piccoli paesi il Barocco trionfa, nel luccicare della pietra chiara di cui gli edifici sono fatti. Poca gente per le strade, finestre e porte quasi sempre chiuse: i siciliani ti vedono, ma non si fanno vedere.

Mi piace guidare, è piacevole l’aria che d’estate sbatte sul braccio fuori dal finestrino. Vorrei puntare all’infinito verso sud, ma le isole si sa hanno una fine.

L’estremo limite meridionale della Trinacria è il Capo delle Correnti, un lembo di terra che separa il Mar Ionio dal Mar Mediterraneo. Qui il vento soffia forte, il mare cresce in onde ripetute. Sto a braccia aperte a sentire i soffi di Eolo sulla pelle, mi viene in mente Diego che in Venuto al mondo guarda l’acqua dalle coste della Dalmazia. Il sole che tramonta ha delle dolci tonalità malinconiche: com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, cantava Franco Battiato. Il cantautore non era di queste parti, bensì di un villaggio alle pendici dell’Etna.

Proprio il vulcano getta la sua ombra su molti paesi del catanese, tra cui la sonnolenta Aci Trezza. Oggi è un luogo di bagnanti e albergotti borghesi, un tempo era una cittadina di pescatori. Quelli dei Malavoglia, con Padron ‘Ntoni, Bastianazzo, Marezza e una nidiata di figli sparsi un po’ ovunque. Che avesse ragione Verga nel suo cocciuto ideale dell’ostrica? Me lo domando seguendo con gli occhi gruppi di veloci gabbiani.

Ma ad Aci Trezza non ci sono tramonti, non c’è spazio per la malinconia. Ci sono solo albe che nascono dal mare e illuminano i Faraglioni dei Ciclopi. Si portano dietro speranza, e un senso di rinascita. Oh buon Dio, è davvero di questo che avevo bisogno.

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