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LA STORIA NON INIZIA IL 7 OTTOBRE

Il 7 ottobre di un anno fa Hamas sferrò ad Israele un attacco senza precedenti le cui conseguenze infiammano ancora il Medio Oriente e il mondo intero. Uno degli stati più militarizzati e controllati del pianeta venne bucato, in una maniera che rimane priva di logica spiegazione, da un manipolo di terroristi che tra paracadute e tagli nelle reti di confine riuscì ad irrompere in territorio israeliano e a massacrare oltre 1000 persone, prendendone 250 in ostaggio.

Un pogrom, una barbarie riprovevole le cui vittime furono soprattutto inermi civili, con giovani, donne e bambini. Nessun individuo sano di mente, o minimamente civilizzato e dotato di umanità, potrebbe approvare una simile mattanza. Non vi sono giustificazioni per quanto accaduto.

Da quel 7 ottobre si è però innescato un cortocircuito mediatico che ha impedito ogni ragionamento, ogni analisi di lungo periodo, ogni confronto sulle reali cause. Alzare la mano per dire una parola diversa dalla narrazione comune è diventato un sinonimo di antisemitismo, odio per gli ebrei e per lo stato di Israele. Eppure, non tutto è cominciato il 7 ottobre. Hamas non è un fungo sbucato dal nulla, e il conflitto israelo-palestinese non è stato provocato dagli attacchi di un anno fa. C’è una lunga Storia antecedente a questa data. E, come sempre, è solo conoscendo e comprendendo la Storia che si può produrre un giudizio lucido e veritiero sui fatti.

Un conflitto esiste in quei territori dal 1948, ovvero da quando, dopo la fondazione dello stato di Israele, la guerra tra il neonata forza ebraica e i paesi arabi produsse la prima espansione israeliana e l’abbandono forzato da parte di circa 700.000 palestinesi delle loro case: la Nakba, la tragedia di un popolo, l’inizio del distacco forzato della gente di Palestina dalla propria terra e dalla propria identità. Il 1967 segna l’anno di non ritorno nei rapporti di forza della regione, con la Guerra dei Sei giorni e la conseguente occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan. Se la penisola del Sinai, altro territorio occupato, tornò all’Egitto in seguito agli accordi di Camp David, le altre terre rimasero bottino israeliano molto più a lungo; il Golan e Gerusalemme Est vennero annessi unilateralmente da Israele nel 1980, mentre Gaza e la Cisgiordania, dopo gli accordi di Oslo, sono divenuti sulla carta il nucleo di un futuro stato palestinese.

Sulla carta, appunto. Perché la Cisgiordania, divisa in tre zone dal 1993, è nella sostanza una terra di caccia per l’estremismo ebraico fanatico, e perché Gaza, prima di diventare il più grande cimitero del mondo, è stata dal 2005 la più grande prigione a cielo aperto. Così l’ha definita lo storico israeliano Ilan Pappé, al cui lavoro di ricerca dedicai nell’estate scorsa un articolo sulla mia vecchia rubrica Be Young.

Da Gaza non si poteva né entrare né uscire, 2 milioni e mezzo di persone vivevano in uno spazio ristrettissimo in precarie condizioni igieniche, sanitarie e di approvvigionamento alimentare, con la spada di Damocle degli attacchi militari israeliani. La comunità internazionale ha sempre fatto finta di non vedere le spaventose condizioni di questo lembo di terra affacciato sul Mediterraneo, così come gli abusi e le violenze sistematiche dei coloni in Cisgiordania, cresciuti esponenzialmente negli anni dei governi Netanyahu e vigliaccamente protetti dall’esercito.

Molteplici risoluzioni Onu imporrebbero a Israele di ritirarsi dai territori occupati, di far togliere le tende ai coloni e di porre fine alla condizione di apartheid civile a cui sono sottoposti i palestinesi. Ma l’Onu si sa è un organismo vuoto, così come il Tribunale Penale Internazionale, che dopo la mattanza pepretrata a Gaza ha emesso un ordine d’arresto per il criminale di guerra Netanyahu. Lettera morta.

Il famoso Occidente democratico e liberale, custode dei valori che distinguono il nostro mondo da quello barbarico di Hamas, dell’Iran e dei loro alleati, non ci sente quando si tratta di applicare la legge nei confronti del terrorismo di stato israeliano. Marcia però compatto e con l’elmetto in testa quando si tratta di condannare e combattere la Russia di Putin, docile agnellino al confronto di Netanyahu. L’ipocrisia regna sovrana nella presunta parte buona del pianeta, così come l’asservimento dei media al pensiero unico atlantista e filoisraeliano.

Ogni giorno quando si parla di Ucraina sentiamo parlare di aggredito e aggressore, ma ciò non vale quando si tocca l’argomento Israele. Lì chi aggredisce lo fa per “autodifesa”, persino quando l’aggressione si estende stile Risiko a mezzo Medio Oriente e rischia di causare una guerra regionale dalle pericolosissime conseguenze; il mantra dei servi nostrani cambia dall’ormai arcinoto “siete putiniani” al “siete antisemiti e fiancheggiatori di Hamas”, slogan che annulla ogni confronto critico e marchia indelebilmente coloro che vanno controcorrente.

La Storia va conosciuta, e va raccontata. Quella del conflitto israelo-palestinese è una vicenda lunga, dove certamente non tutte le colpe e i lati oscuri stanno dalla parte di Israele. Ci sono le responsabilità del mondo arabo e dei vertici dell’Olp nei tanti fallimenti per la nascita di una Palestina indipendente, c’è l’ambiguità di troppi personaggi, c’è il terrorismo sanguinario di Hamas. Bisogna però conoscere, e capire, che è ben diverso dal giustificare. E’ necessario guardare financo dentro l’organizzazione islamista e comprendere perché è nata, cosa la muove, cosa spinge soprattutto un ragazzo palestinese ad appoggiare o ad arruolarsi nella fila di questi combattenti.

Lo diceva anche Tiziano Terzani riguardo al terrorismo di Al Qaeda, dopo l’11 settembre: l’altra parte va conosciuta e indagata, se si vuole avere uno sguardo completo e consapevole. Tutto invece è stato cancellato dopo il 7 ottobre di un anno fa. C’è una storia che parte da quella data, e c’è una Storia, con la S maiuscola, che riguarda i decenni precedenti e che è stata spazzata via da una propaganda disgustosa. Sta a chi conserva ancora un briciolo di decenza e di amore per la verità ricostruirla. E a chi conserva un po’ di umanità e riesce a non voltarsi dall’altra parte di fronte allo sterminio di uomini, donne e bambini.

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