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SOTTOPELLE

E’ l’odore del ferro tagliato. E’ uno sciame di trucioli di legno. E’ macchie di vernice e di mastice che si attaccano ai vestiti e non se ne vanno. E’ cassette di uva da scaricare, preparare e trasformare in decorazione. E’ una tavolata festante. E’ un oceano di magliette monocolore che insieme cantano e lavorano, ridono e discutono, sperano e piangono. E’ un ricordo, lontano e struggente, e allo stesso tempo un progetto di futuro.

Un rione a Impruneta è tutto questo, e tantissimo ancora di più. Per ogni rionale ha un volto, un significato e delle sfaccettature diverse. Per me il rione, il “carro”, è sempre stato un tutto travolgente.

Si fa fatica a spiegarlo a chi non è di queste parti, o a chi non ha mai visto la Festa dell’Uva; è pensiero diffuso che sia una sagra paesana come tante, una vivace festicciola di campagna, o al limite una sorta di rievocazione particolarmente sentita, animata da quella divisione tutta toscana e medievale in borghi e quartieri. A volte a chi me lo chiede provo ad azzardare un paragone col Palio di Siena e le sue contrade, consapevole tuttavia, da grande appassionato di Palio, della blasfemia delle mie affermazioni e pure degli errori di un paragone non esatto. In fondo la nostra Festa e i suoi rioni sono un qualcosa di unico e a sé stante, un mondo a parte che non trova realtà congruenti in altre città o regioni.

Settembre è l’acme di un qualcosa che per me dura tutto l’anno. Di un’identità, di un orgoglio, quando posso anche di un impegno concreto. Sono rionale sin da bambino, sull’ultimo dei rioni che avrei dovuto in teoria frequentare: non è quello in cui andavano i miei genitori, non è quello in cui abito, neppure quello in cui abitavano i miei nonni. Sono stati due zii acquisiti a portarmi sul Sant’Antonio, e da quel monte non me ne sono mai andato. Si può cambiare donna, idea politica o squadra di calcio mi disse una persona una volta, ma mai rione. L’ho preso in parola.

Il Sant’Antonio è diventata una casa in cui ho trascorso tanto tempo negli ultimi vent’anni. Anni belli, di tanti cicli, di tante evoluzioni, anche perché diverse sono state le età. Tanti rapporti si creano, alcuni si rafforzano, altri ancora si deteriorano. E’ l’andamento della nostra vita, e il rione dell’esistenza è come un microcosmo. Tante cose succedono, ma la vita rimane. E così fa il rione. Da piccolo ho messo i primi piedi in un rione che aveva appena esaurito il suo ciclo vincente di fine secolo, e adesso sono – ahimè – un ragazzo maturo che si trova nella fase più luminosa della storia rionale dagli anni Cinquanta.

Quei quattordici anni senza vincere sono stati lunghi, faticosi, e mi ricordo il desiderio di ragazzino nell’arrivare almeno una volta a toccare la coppa; io e un amico iniziammo a portare progetti per dare il nostro contributo alla causa, fino a che nel 2012 il nostro passò, e ci spettò questo grande onore ed onere: non andò bene purtroppo, ma il ricordo di quel settembre e di quella stagione resta tra il più bello di sempre. Fu l’ultimo anno di delusione, perché nel 2014 l’incantesimo si ruppe.

Che brividi ogni volta che ripenso a quegli attimi: il salto che feci al momento della proclamazione, le lacrime di tante persone, Alessio che dal terrazzino dedica la coppa a Ivano e Francesco. Due dei purtroppo tanti rionali che se ne sono andati, perché vivere un rione significa anche condividere i lutti e i giorni senza luce; sta però anche in ciò il segreto, la magia di un rione. Il riuscire a stringersi quando ce n’è bisogno, il sentirsi veramente una famiglia, l’esprimere un livello altissimo di empatia. E oltre a questo c’è il simbolo, l’identità, il divertimento, la gioiosa Festa che forse decenni fa era più tale di adesso. Vincere è importante, è bellissimo, è gratificante; è stato un privilegio e un godimento poterlo fare tante volte in questi ultimi tempi, spesso per altro con spettacoli destinati a rimanere indelebili nella mente di chi li ha visti. Ma non è tutto.

A volte mi viene quasi nostalgia per quegli anni in cui non si vinceva mai, e spesso si arrivava ben lontani dalla vetta, ma si respirava un’aria più genuina. E’ un po’ una tendenza umana il pensare che si stava meglio quando si stava peggio, è vero. Tuttavia forse c’è un po’ di verità, e mi manca a tratti il me quindicenne che viveva la sua attesa e la sua Festa in un altro contesto. Magari il futuro ci farà capire che davvero, come spesso diciamo nelle sfilate che presentiamo, è necessario riprendere qualcosa del passato.

La vita comunque scorre, e il futuro il Sant’Antonio deve andare a prenderselo con entusiasmo. Per quanto mi riguarda, io continuerò a esserci. A essere un rionale, a prescindere. Anche se il destino un giorno mi portasse lontano, continuerei a sventolare la stessa bandiera bianca. E a sentire il cuore battere forte, nel sottopelle che custodisce una passione impossibile da descrivere a parole.

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