La storia della lotta dello Stato alla mafia non è una lotta tra buoni e cattivi dove il bene sta tutto da una parte e il male tutto dall’altra. Il confine tra questi due mondi non è mai stato netto, rendendo possibile in tempi di pace il proliferare di Cosa Nostra e in tempi di guerra la realizzazione di stragi che essa da sola non sarebbe mai riuscita a fare. Pezzi di Stato non hanno fatto il loro dovere e hanno mischiato i propri interessi con quelli dei mafiosi, arrivando sino a diventare corpi separati in grado di mettere in pericolo la tenuta della nostra fragile democrazia.
L’attenzione mediatica però poco si sofferma su collusioni e zone d’ombra: ogni anno si celebrano gli anniversari di Capaci, via D’Amelio, si ricordano le tante vittime di mafia, si fanno discorsi pomposi e retorici nel solco della vulgata tradizionale che vede appunto un blocco compatto delle istituzioni che si contrappone alla Piovra. La ricerca della verità sui troppi misteri ancora irrisolti rimane in secondo piano, con tutto l’interesse a lasciarla lì da parte di molti giornalisti, politici ed esponenti istituzionali.
La sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e il ruolo dei servizi segreti a Capaci e via d’Amelio, i mandanti delle stragi del ’93, i depistaggi nei Borsellino uno e bis, sono misteri su cui ancora non si è fatta piena luce e che con rarità vengono ricordati all’opinione pubblica. Idem per il processo sulla trattativa Stato-Mafia, accertata da una sentenza la quale però ne ha incredibilmente assolti i protagonisti delle istituzioni gettando la condanna solo sulla parte mafiosa.
Proprio nel contesto della trattativa si inserisce una vicenda ancor più dimenticata e sconosciuta, quella di Luigi Ilardo. Nato a Catania ma appartenente alla potente famiglia mafiosa di Caltanissetta, Ilardo nel settembre del 1993 stava scontando a Lecce al 41-bis la propria condanna, incriminato nel 1983 per sequestro di persona e accusato dal pentito Calderone nel 1988 di far parte di Cosa Nostra. Le stragi del 1992 però lo sconvolgono: quella violenza senza precedenti gli fa domandare cosa stia accadendo, cosa si sia rotto nei rapporti tra Stato e Mafia.
Intenzionato a cambiare vita e a rompere definitivamente col proprio passato, Ilardo si offre di raccontare quello che sa sulla mafia mettendo la propria vita nelle mani della Dia, nello specifico in quelle di un ufficiale ligure, Michele Riccio. I due si vedono per la prima volta in carcere a settembre, e si instaura subito un clima di fiducia e rispetto. Il 15 ottobre, in un rapporto dell’ufficiale, Luigi Ilardo compare per la prima volta col proprio nome: da lì in avanti si chiamerà Oriente, e dal 12 gennaio 1994, quando esce di carcere, torna in Sicilia ed inizia ad agire come infiltrato all’interno di Cosa Nostra.
Per oltre due anni, Riccio incontrò segretamente Ilardo più e più volte, annotando fedelmente ogni dichiarazione da lui rilasciata. Le rivelazioni di Ilardo permisero di arrestare dal 1994 al 1996 decine di boss in tutta la Sicilia, e portarono il 31 ottobre 1995 alla possibilità di catturare finalmente Bernardo Provenzano. In una casupola di Mezzojuso, vicino Palermo, Ilardo riesce a ottenere un incontro con “Zu Binnu”, e il colonello Riccio di conseguenza mobilita il Ros affinché possa avvenire la cattura. Il colonnello Mario Mori però nega l’autorizzazione a intervenire, e incredibilmente, mentre Ilardo rischia la vita, Provenzano rimane libero: verrà arrestato solo nel 2006, 11 anni dopo.
Ma evidentemente uomini della politica e delle forze dell’ordine non volevano che in quel momento si mettessero le manette a Provenzano, perché ciò avrebbe posto fine a quella trattativa con la mafia iniziata un anno prima per il tramite dell’ex Sindaco di Palermo Vito Ciancimino; partita con Riina, dopo la cattura di certo non casuale di quest’ultimo, giudicato troppo violento e incontrollabile, essa era proseguita con Provenzano, ben più mite e soprattutto contrario alla strategia delle stragi. Un nuovo equilibrio si andava ricostruendo, e coloro che potevano rivelare certi segreti indicibili dovevano essere tolti di mezzo.
Tra questi vi era Ilardo, che a Riccio stava raccontando dall’interno di Cosa Nostra la trattativa e aveva fatto nomi pesanti come quelli di Marcello Dell’Utri e Bruno Contrada. Il 2 maggio 1996 Riccio e Ilardo si trovano a Roma nella sede centrale del Ros, dove incontrano i magistrati Caselli e Tinembra. C’è anche il colonnello dei carabinieri Mario Mori. Ilardo si dice pronto a mettere a verbale tutto quello che sa, a diventare un collaboratore di giustizia: entrerà nel programma protezione testimoni e avrà un altro nome e un’altra vita. Questa vita però non inizierà mai. Otto giorni dopo, il 10 maggio 1996, esattamente ventotto anni fa, Ilardo viene ucciso nel centro di Catania sotto la sua abitazione. Urlano disperate le due figlie Luana e Francesca; urla anche Cettina, la seconda moglie. Ma non c’è niente da fare, e gli occhi di Luigi Ilardo si chiudono per sempre in un una pozza di sangue.
La sentenza che ha condannato gli esecutori materiali del suo delitto – Giuseppe Madonia, Vincenzo Santapaola, Maurizio Zuccaro e Orazio Benedetto Cocimano – parla di una “soffiata istituzionale”. Qualche giorno prima di morire, Ilardo, anticipò che avrebbe fornito all’autorità giudiziaria anche scottanti rivelazioni sulla strage di Pizzolungo, sul caso Agostino-Castelluccio, sui mandanti occulti delle stragi del 1992-1993, che ritenne essere connesse agli ambienti della destra eversiva e dei servizi deviati che negli anni ’70 avevano posto in essere la “strategia della tensione”, e sulle scelte politiche della mafia palermitana, che nel 1994 aveva trovato in Forza Italia il progetto politico su cui puntare dopo il maxi scandalo di Tangentopoli e il sostanziale “azzeramento” dei suoi ex referenti politici. Tutti segreti troppo pesanti per poter essere rivelati.
Ricordare oggi Luigi Ilardo significa non soltanto rendere giustizia ad un uomo che ebbe la forza morale e il coraggio di fare la scelta giusta dopo tanti anni di direzione sbagliata; significa soprattutto metterci davanti quella che è stata la terribile e collusa storia dell’Italia repubblicana, dove a fronte di eroi che combattevano senza compromessi il crimine organizzato ci sono stati e ci sono tutt’ora vili Giuda che la mafia l’hanno sostenuta, aiutata, protetta, o che quantomeno hanno scelto di trattare con essa.
Per conoscere da vicino la storia incredibile di Luigi Ilardo, consiglio il libro “Il patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”, a firma di due ottimi giornalisti d’inchiesta come Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci. A chiedere giustizia per il padre e a sostenere le battaglie antimafia oggi c’è in prima linea Luana Ilardo, grazie alla cui voce, e a quella di altri parenti di vittime di mafia e di pochi ma determinati giornalisti, prova ad alzarsi una speranza di legalità in questo forse irrecuperabile Paese.



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