Scorre veloce l’autunno, e si affaccia già sull’inverno. La natura vive lo splendore colorato e decadente che contraddistingue ogni anno questi mesi, prima di spegnersi in una distesa di secchezza. Una morte feconda, foriera di nuova vita quando i raggi del sole si faranno più caldi.
Una inevitabile malinconia soffia forte come il vento freddo del nord. La sento, e la conosco, perché è tra la fine ottobre e l’inizio di dicembre che un manto di tristezza si posa delicatamente a coprire la quotidianità, e i pensieri e i ricordi si intrecciano nella mente volteggiando su vecchi dolori.
Ho sempre avuto un debole per il passato. Mi ha affascinato sin da piccolo, l’ho studiato, ho reso la Storia parte del mio mestiere. Mi piace guardarmi indietro e attaccarmi a qualcosa di già trascorso, forse anche per un candido timore del futuro. Nel passato ci sono le radici, le emozioni vissute, ci sono i fotogrammi di ciò che ci ha resi le persone che siamo; anche nel passato che non abbiamo vissuto, e che talvolta proprio per questo rapisce ancor di più, in un senso di strana nostalgia per qualcosa che non abbiamo potuto toccare con mano, o di semplice richiamo per volti e sensazioni persi nel soffio del vento.
Durante la Fiera di San Luca la Società Corale ha organizzato l’ennesima pregevole mostra, dedicata quest’anno all’Impruneta di un secolo fa, con foto, oggetti e testimonianze dell’epoca. Alcuni scatti sono veramente bellissimi. Colpisce ed emoziona vedere angoli di paese così diversi da come sono adesso, o visi di persone in piedi di fronte alle botteghe, di soldati in partenza per il fronte con l’entusiasmo interventista o appena tornati a casa dopo il conflitto, con una felicità ben più grande perché carica della consapevolezza degli orrori delle trincee.
Alcune foto le conoscevo, una ce l’ho anche in casa: ritrae il mio bisnonno Pasquale insieme ad altri tre imprunetini, due dei quali sono come lui a lavoro intorno a un tavolo da calzolai mentre il quarto li guarda in piedi. E’ Ferdinando Paolieri, il grande scrittore e poeta figlio della nostra terra. In un’altra fotografia ho invece potuto vedere per la prima volta il volto dell’altro mio bisnonno, Guido, padre di quel Gino per tutti noto come “Strucina”. Mi ha colpito l’espressione così austera ma fiera di questo uomo di inizio Novecento, descrittomi sempre dal nonno come un gran lavoratore, un antifascista ostinato che morì giovane di malattia anche a causa delle botte che aveva ricevuto dalle camicie nere; lasciò una moglie e due figli piccoli, in un’Italia che avrebbe di lì a poco conosciuto il dramma della Seconda Guerra Mondiale.
Guido nella foto è insieme ad altri imprunetini in piazza Buondelmonti, intorno ad un’automobile. Sullo sfondo c’è la basilica, il glorioso passato, mentre in primo piano, circondata da questi uomini i cui sguardi sono rapiti dalla macchina fotografica, si staglia il possente veicolo, simbolo di un’epoca di cambiamenti e di grandi sorprese tecnologiche. Siamo agli inizi degli Anni Trenta, e già da oltre un ventennio i futuristi avevano lodato nel loro Manifesto le virtù dell’automobile, simbolo di modernità, di forza, di audacia.
Che bello vedere gli occhi di questo mio antenato, e che bello questo scatto di un tempo perduto. Un piccolo mondo antico, come il titolo del romanzo di Antonio Fogazzaro. La mia Impruneta, la mia gente, l’humus culturale e sociale da cui provengo. Un piccolo mondo antico è anche il passato che ho vissuto in prima persona, lontano solo pochi anni, al massimo pochi decenni, ma che sembra ormai primitivo nell’infinito scorrere della Storia. In una fase di novità, con amici che partono e abitudini che presto cambieranno nel mio quotidiano, il richiamo del passato si fa forte e pungente.
Tutto scorre, tutto diviene, tutto muta diceva il filosofo Eraclito, cogliendo una verità paradossale del nostro vivere: se non andassimo avanti, se non ci fossero cambiamenti dentro e fuori di noi, la nostra vita si fermerebbe. Meglio dunque che vada avanti, e che si evolva. Il domani qualcosa di buono di sicuro lo porterà, anche solo nel capire di avere un altro giorno per guardare il cielo. Il vento della nostalgia continuerà a soffiare: per uno, per alcuni, per tanti mondi antichi che abbiamo vissuto, o forse solo sognato.


Ciao Gabriele, bellissima storia che conferma quanto sei bravo e sensibile. Io l’ho sempre pensato sin da quando da piccolo un giorno in montagna scrivesti sul muro “W ITALO” con la neve quale ringraziamento per la bella gita che stavamo facendo. Un abbraccio