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UNA SCELTA TREMENDA

Gli Stati Uniti d’America sono un paese meraviglioso. Ho avuto la fortuna di compiere molti viaggi nel suo territorio, tra cui uno indimenticabile l’anno scorso lungo tutta la Route 66: da Chicago a Los Angeles in auto, macinando chilometri negli immensi spazi e nei cieli che si perdono nell’orizzonte. La natura è sovrana, maestosa, e scatena un senso del sublime di kantiana memoria.

Ben diverse sono le sensazioni che scatena il contatto con la società americana. E’ un mondo di contrasti, di stranezze, di opposti. Conoscerla è senza dubbio stimolante, perché tutte le cose nuove con cui si entra in contatto sono capaci di arricchirci e di renderci più completi. Va detto che ci sono, almeno per la mia esperienza, più società americane. L’America della California non è l’America dell’Oklahoma, l’America di Chicago, o di New York, o di Boston non è l’America del Missouri o dell’Arizona. Molti aspetti sono tuttavia simili, e complementari.

Entusiasma l’America dei modelli iconici, del cinema, dello sviluppo, delle tantissime scelte del mercato; esiste effettivamente una dimensione del sogno americano, della crescita individuale e del raggiungimento di un benessere a cui tutti possono puntare. Un certo fascino che gli States si portano dietro dagli anni Cinquanta, a livello culturale, è ancora presente in noi gente d’oltreoceano. Mi chiedo spesso tuttavia, e negli ultimi anni come sempre maggiore insistenza, come questa società possa pretendere di essere il faro del mondo intero, il riferimento a cui tutti dovrebbero guardare.

A livello geopolitico la risposta è presto data, poiché l’origine di tutto risiede nelle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale e del primato che a suon di guerre e colpi di stato la Nato (ergo, gli Usa, al netto dei servi europei) ha cercato di imporre sul pianeta. Gli Stati Uniti sono il paese dove le armi in circolazione superano gli abitanti; dove se nasci in fondo alla scala sociale, certamente puoi arrivare in cima, ma se non ce la fai è bene che tu rimanga laggiù nella melma, e nessuno ti darà una mano; sono il paese di un razzismo atavico e strisciante, di ridicoli e folkloristici estremismi, di un fanatismo religioso cristiano non meno inquietante di quello islamico. Sono il paese di lobby e multinazionali spietate, di una finanza onnipotente, di un consumismo portato ai livelli più incontrollabili e catastrofici.

Il lato peggiore dell’America è uscito di nuovo con prepotenza nei conflitti degli ultimi anni, dall’Ucraina alla Palestina: il sostegno incondizionato a Israele, alle sue politiche di pulizia etnica e alla sua colonizzazione illegale di territori è la prima causa del sangue innocente che viene versato da oltre un anno, mentre in Ucraina è proprio nelle politiche statunitensi e della Nato che bisogna cercare il casus belli, tra il colpo di stato di Euromaidan del 2013 e l’attuale folle politica di riarmo forzato che sta spingendo il mondo verso l’Apocalisse nucleare.

Tutto ciò sta avvenendo con Donald Trump alla presidenza? No, affatto! Alla Casa Bianca, sebbene forse egli non se ne renda più conto, c’è il democraticissimo Joe Biden. E chi è il suo numero due? Qualche fanatico di destra alla Steve Bannon? Qualche falco bellicista come Dick Cheney? No, c’è l’altra democraticissima Kamala Harris! La giovane, brillante e sorridente donna che non perde occasione per ricordare il diritto di Israele all’autodifesa o per agitare lo spettro della minaccia russa.

Sto dicendo questo perché sostengo la corsa di The Donald alla presidenza? Neanche per sogno, non mi sono bevuto il cervello. Trump rimane quello che è sempre stato, una macchietta irricevibile che suscita orrore la maggior parte di volte in cui apre bocca. Il punto è che, a mio avviso, l’alternativa proposta è deleteria.

Tutti sappiamo che se vincesse Trump sarebbe una catastrofe per l’ambiente, per i diritti civili, per la giustizia sociale e anche per il conflitto mediorientale, viste le sue posizioni di totale appoggio dell’estremismo sionista. Ma se vincesse Harris, il mondo e l’America sarebbe davvero migliori? Di sicuro sarebbe più vicina una guerra atomica, dal momento che Kamala spinge ben più di Trump per un coinvolgimento americano ed europeo nella guerra in Ucraina e per una contrapposizione ad oltranza con la Russia, vista come il male assoluto.

Molte posizioni di Harris sulla politica interna sono inoltre ambigue, a cominciare dall’immigrazione. Il mondo guarda a lei come alla speranza liberal in grado di scacciare le tenebre oscurantiste, ma la realtà ci dice che una sua presidenza potrebbe essere assai negativa sotto parecchi punti di vista. Se il modello, come si sente dire, deve essere quello di Barack Obama, ci auguriamo veramente di non vedere mai Harris alla Casa Bianca: ce lo ricordiamo tutti il Premo Nobel per la Pace che attacca e getta nel caos un paese sovrano come la Libia, o che ordina la silenziosa e letale guerra dei droni in Yemen.

Sono felice di non dover scegliere, di non essere uno dei milioni di americani che martedì si recheranno alle urne. Penso non sarei stato capace di esprimere una preferenza. Le conseguenze in ogni caso ce le prenderemo tutti, che vinca l’uno o l’altra. Buona fortuna agli Stati Uniti e al mondo intero.

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