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PERDONACI TUTTI, PICCOLO SAM

Una bandiera palestinese avvolge un corpicino minuscolo. Con esso contrastano le braccia forti di Fahid, un uomo, un padre. Il dolore è visibile in ogni espressione del volto, in ogni movimento, ma è composto. Fahid mantiene una magnifica dignità, di quel tipo che solo le persone umili, oneste e che hanno visto il lato buio della vita possono avere. Porta grandi occhiali, che insieme alla barba gli danno una distinta aria da intellettuale. Ha 41 anni e insegna animazione multimediale all’università di Betlemme.

Il corpo che tiene tra le mani è del figlio Sam, appena sette mesi. I soldati dell’esercito israeliano hanno aperto il fuoco verso la macchina su cui viaggiava la famiglia. Il padre e la madre sono rimasti feriti, Sam invece è stato centrato in fronte da una pallottola. La sua testa è esplosa senza che nemmeno potesse rendersene conto.

Sam ha lasciato questo mondo prima che potesse iniziare a esplorarlo; c’è un video in cui lo si vede giocare in casa nel girello, con una maglietta bianca e due occhi scuri e profondi, un po’ impauriti dalla telecamera ma pieni di stupore e dolcezza. Sam Abu Haikal è stato ammazzato dai soldati di Israele. La sua unica colpa era di essere palestinese.

“Un tragico errore”, hanno affermato le Idf. L’auto ci stava venendo incontro, ha accelerato ed è stata percepita come un pericolo. Il padre ha detto che i militari hanno sparato a 10 metri di distanza: non è stato un errore, sapevano che c’erano civili nell’automobile. Quando ho letto la notizia sabato scorso sono rimasto interdetto per alcuni minuti. Il giorno dopo, nel vedere un servizio che raccontava le dinamiche dell’omicidio e il funerale, sono scoppiato a piangere in casa. Da solo, invocando un Dio che non c’è. Un dolore lancinante, un senso di ingiustizia devastante a cui in breve tempo si è unita la rabbia. Perché Sam non è il primo, e non sarà l’ultimo.

Da gennaio sono 44 i palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania: dai coloni, dall’esercito, dalla stessa matrice di odio e bestialità. Un mese fa scrissi un articolo proprio sulla Cisgiordania, descrivendo i comportamenti dei coloni e definendo essi e i soldati che li proteggono come nazisti. Una parola netta, forte, che ho usato storicamente a ragion veduta e che rivendico con la più assoluta decisione.

Israele è uno stato terrorista che uccide impunemente, che bombarda e occupa stati calpestando il diritto internazionale e che tratta migliaia di esseri umani con una mentalità e dei metodi pianamente compatibili con il nazismo.

A Gaza il genocidio, nonostante la finta tregua di quel disgustoso comitato d’affari chiamato Board of Peace, non si è mai fermato. Oltre 700 le vittime dal “cessate il fuoco”, tra gli ultimi un pescatore di 19 anni uscito a prendere pesci nel suo mare, lo stesso Mediterraneo in cui noi stiamo iniziando a fare spensierati bagni vacanzieri. Israele sta mostrando il suo volto più spietato anche in Libano, martoriato da bombe e proiettili che non risparmiano né i civili (circa 4000 già le vittime) né i siti patrimonio dell’Unesco. Pur di continuare la sua guerra e rimanere al potere, Netanyahu ha bombardato Beirut scatenando la reazione dell’Iran e anche di Trump, il cui accordo con Teheran è stato minacciato dal delirio del premier israeliano.

Poi c’è la Cisgiordania, di cui ho parlato di recente su questa rubrica e in cui la pulizia etnica va avanti ogni giorno, senza sosta. Agli occhi del sionismo di estrema destra, e purtroppo ormai di buona parte della popolazione israeliana, gli arabi sono dei subumani, degli animali, una razza inferiore che non ha diritto a vivere nella biblica Israele e che deve essere cacciata, con le buone o con le cattive. Ci siamo accorti di chi sia il ministro Itamar Ben-Gvir solo quando ha trattato come feccia gli attivisti occidentali della Flotilla, mostrando alle telecamere quello che i prigionieri palestinesi subiscono quotidianamente nelle carceri israeliane, ma Ben-Gvir è un tizio che da trent’anni rivela le sue aberranti idee.

Nel 1994 era un giovane adolescente in sovrappeso quando a una festa si vestì da Baruch Goldstein, il colono criminale che il 25 febbraio di quell’anno irruppe all’alba nella moschea di Hebron uccidendo a colpi di mitra 29 palestinesi innocenti. Ben-Gvir teneva il ritratto di Goldstein in salotto accanto a quello di Meir Kahane, rabbino di New York pregiudicato che negli anni Ottanta si traferì in Israele e fondò il partito Kach, nel quale lo stesso Ben-Gvir militava: un partito razzista, suprematista ebraico, favorevole all’annessione della Cisgiordania, di Gaza e all’eliminazione anche fisica di tutti i non ebrei.

Il Kach fu messo fuori legge dopo la strage di Hebron, poco prima che un altro giovane militante, Ygal Amir, sparasse a Ytzhak Rabin il 4 novembre 1995. A ottobre, Itamar Ben-Gvir era andato in televisione a mostrare con fierezza lo stemma della Cadillac di Rabin: “siamo arrivati alla sua auto, possiamo arrivare anche a lui”, ebbe a dire. Questo estremismo nazista, questo sionismo omicida e fanatico oggi è al governo di Israele, e ha contagiato una bella fetta di società israeliana; le persone vanno a fare i tour per vedere dal confine le macerie di Gaza, assistono sui maxischermi ai bombardamenti, approvano ogni azione dei coloni violenti e illegali. E’ questo l’odio che ha ucciso il piccolo Sam Abu Haikal.

Ma responsabile del suo omicidio è anche il pavido e ipocrita Occidente. Quello che vende a Israele le armi con cui ammazzare la gente. Quello che non condanna mai abbastanza le azioni dello stato ebraico, e anzi spesso tace rendendo normali la guerra, la devastazione e il genocidio. Quello che applica 21 pacchetti di sanzioni alla Russia ma non ha la forza di applicarne neanche uno a Israele, perché il popolo israeliano “non va isolato”, come ha detto una delle pavide ipocrite per eccellenza, la nostra premier Giorgia Meloni.

Responsabili tuttavia siamo anche tutti noi: noi che scriviamo commenti aberranti di fronte alle notizie che riguardano la Palestina, noi che ci voltiamo dall’altra parte, noi che scendiamo in piazza per una partita di calcio e non per fermare uno sterminio, noi che mentre postiamo ogni attimo di vita sui social ignoriamo chi la vita non può nemmeno viverla, perché nato nella parte sbagliata del mondo, perché nato nell’inferno in Terra.

Perdonaci tutti, piccolo Sam. Piango di nuovo, e ti chiedo scusa. Verrà il giorno in cui il tuo popolo sarà libero, e in cui tornerai tra le braccia del tuo papà mentre il vento soffia giustizia e umanità. Inshallah.

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