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SEDIE, GRANO E STELLE TRISTI

Da una busta in un armadio ho tirato fuori un copricuscino. Mi ero quasi dimenticato di averlo, e la sorpresa è stata grande. Lo comprai un paio di anni fa a Bruges, in un bel negozio di prodotti tessili artigianali; una di quelle botteghe curate e opulente, piene di una antica maestria tutta nordica e fiamminga. Sul copricuscino c’è ricamata la Notte stellata di Vincent Van Gogh. E’ un quadro meraviglioso, conosciuto in tutto il mondo.

Mi sono innamorato tardi della pittura del secondo Ottocento, dei colori e delle sfumature che dall’Impressionismo in poi hanno cambiato la storia dell’arte. Ricordo che da adolescente nemmeno li consideravo quei pittori quando andavo nei musei, convinto che da una certa epoca fosse tutta un’arte degenerata di hitleriana memoria. I vent’anni mi hanno salvato da tali stupide convinzioni, e nello scoprire con passione la magia di Monet, Matisse, Degas, Cezanne e molti altri, la pittura di Van Gogh mi rapì come in un atto d’amore.

Al Museo d’Orsay vidi per la prima volta dal vivo quei colpi di pennello così intensi, quasi fossero pugnalate sulla tela, e allo stesso tempo così delicati, così dolci. Iniziai ad entrare nelle opere e nella testa dell’artista olandese, esempio unico di umanità geniale e fragile, di bellezza e di follia fuse in modo inscindibile.

Van Gogh non fu apprezzato a sufficienza mentre era in vita, come spesso capita ai geni. Le celebrazioni arrivarono dopo, postume, e neppure troppo veloci. Egli iniziò a mutare per sempre il modo di dipingere e di vedere la realtà senza che i contemporanei se ne rendessero conto; seppe descrivere la quotidianità, l’esistenza degli uomini comuni, come ne I mangiatori di patate, o anche ne La camera di Arles, fotografia del suo piccolo e umile alloggio francese. Soprattutto però divenne un interprete della natura, utilizzando il mondo esterno per riprodurre il turbinio di emozioni che dentro lo animava.

Nessuna descrizione oggettiva, nessuna classica riproduzione delle meraviglie del creato, ma un concetto nuovo di fare arte e di rappresentare la propria identità. Sin dai primi anni Ottanta dell’Ottocento, la natura viene rappresentata da Van Gogh in maniera sentimentale, intima: ne è prova Ragazza in un bosco, dove i colori sono gli stessi di questo nostro mite autunno. Poi Il seminatore, i Girasoli, Il paesaggio al tramonto, tele che riproducono uno stato d’animo e al tempo stesso sono un continuo esperimento di colore.

Che belli i colori di Van Gogh. Il rosso, il blu, gli scuri indecifrabili. E il giallo, il suo preferito: immenso, travolgente, luminoso. C’è tanto giallo nel Campo di grano con volo di corvi, una delle ultime fatiche del pittore di Zundert. Un profondo senso di angoscia e malinconia avvolge questo dipinto. Le pennellate sono nervose, un male ignoto sembra arrivare dall’orizzonte, da quel cielo con segni di tempesta e da quei corvi presagio di sventura. Probabilmente Van Gogh sentiva quella morte che sarebbe arrivata di lì a poco.

Il 29 luglio 1890 l’artista si spense sul letto di una locanda di Auvers, dove era giunto barcollando due giorni prima. La versione più nota vuole che egli si sia suicidato, sparandosi un colpo di pistola al petto; l’agonia fu lunga, pietosa, mitigata solo dalla mano del fratello Theo che lo accompagnò fino all’ultimo respiro. Una recente ipotesi sostiene che invece Van Gogh non si sia tolto la vita, ma sia stato beffato da un tragico incidente. Qualunque sia la verità sulla fine del suo cammino, non vi è dubbio che i mesi che la precedettero furono un tempo di dolore per Vincent.

Dopo il tragico episodio dell’automutilazione dell’orecchio sinistro, nel dicembre 1888, Van Gogh visse un periodo di instabilità culminato con l’internamento nel manicomio di Saint-Rémy de Provence. Quel posto gli sembrò una “fossa di serpenti”, gli altri pazienti lo deprimevano e il cibo era pessimo. Tuttavia, fu proprio durante il ricovero che Van Gogh dipinse il suo capolavoro.

La notte stellata fu partorita all’inizio di giugno, mese in cui l’estate esplode. La fortuna e il grembo di mia madre hanno voluto che io nascessi proprio a giugno, la mia preferita insieme a maggio tra le età dell’anno: le giornate non hanno fine, la natura è magica, ci si perde nelle notti piene di astri.

Esattamente come quella resa immortale dalla mano di Van Gogh. Sopra i tetti di Saint-Rémy si stende un cielo piene di stelle, che bruciano nel firmamento come roteanti palle di fuoco. Dalla finestra della sua camera Van Gogh unisce sogno e realtà in un paesaggio che è lo specchio della sua anima; vita e morte, dimensione umana ed ultraterrena si intrecciano sino a perdersi l’una nell’altra. Quelle palle gialle e arancio sono tristi, perché riflettono il dramma interiore di un uomo che non trovava pace su questa Terra, se non forse con in mano un pennello; ed ecco che dunque le stelle tristi riescono a trasmettere vitalità, energia, ad essere portatrici di infinito. La natura diventa frenetica, impossibile da controllare, quasi pericolosa: come la vita.

Quelle stelle di Provenza tra Arles e Nimes avrei dovuto vederle l’estate scorsa, in un viaggio che è durato invece molto meno del previsto. Con le cattive compagnie purtroppo succede, ma in fondo è stato meglio così. Le cose belle vanno viste da soli, oppure con qualcuno che abbia davvero dentro di sé sensibilità, amore per l’esistenza e soprattutto curiosità. Niente rende una persona più interessante della curiosità.

Le stelle più belle in vita mia le ho viste una volta in Arizona, lungo la Route 66, e una volta in Sudafrica, nel dimenticato e minuscolo villaggio di Philippolis: laggiù, nel cuore del Free State of Orange, dove i turisti di solito non vanno e dove si è davvero fuori da tutto, un vento freddo spazzava via le nuvole e regalava a chi aveva l’audacia di alzare gli occhi in alto un’emozione impagabile. Come sorride il cuore, nel ripensarci.

Ci tornerò tuttavia nelle campagne della Provenza, sulle tracce di Vincent Van Gogh. Dolce amico mio, fragile compagno mio, gli canta Don McLean in una splendida canzone rifatta in italiano da Roberto Vecchioni. Il suo amico Van Gogh l’aveva perduto, perché con l’altro grande genio noto come Paul Gauguin il rapporto si era burrascosamente interrotto prima che appunto Van Gogh venisse rinchiuso in manicomio.

Ma i ricordi, come gli amici, non si cancellano mai. Rimangono eterni, come certi uomini delicati e diversi. Capaci, con la semplicità di una tela, un pennello e tanti colori, di far sì che anche solo la vista di un quadro renda unica l’avventura della vita.

“… Fino a che i colori non bastaron più
E avrei voluto dirti, Vincent
Questo mondo non si meritava
Un uomo bello come te
… “

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