Parigi alle prime luci dell’alba ancora dorme.
Sorge tardi il sole in pieno inverno, e i ritmi cittadini si adeguano di conseguenza. Le vetrine chiuse alle nove del mattino farebbero più pensare a una pigra e indolente città mediterranea che al cuore dell’Europa: le strade sono deserte, i rumori sopiti, le vite umane sporadiche. A Place des Vosges sbucano tra gli alberi timidi raggi di sole. Troppo poco per riscaldare o per sciogliere il ghiaccio che immobilizza l’erba ben curata, ma sufficiente per creare già magia. E’ la più antica piazza di Parigi, luogo di intrighi e di moschettieri. Un quadrato di palazzi eleganti al centro del quale si leva la statua di Luigi XIII, padre del più famoso Re Sole; in realtà si tratta di una copia, l’originale la fusero i rivoluzionari dopo l’anno di grazia 1789.
Tanti pezzi della vecchia Parigi furono distrutti con la Rivoluzione, tanti simboli del potere monarchico divennero oggetti di sfogo di una rabbia secolare. Il delizioso quartiere del Marais, laddove si trova Place des Vosges, è uno di quelli che ha maggiormente mantenuto palazzi e vicoli del vecchio mondo d’Ancien Règime. Proprio un paradosso, perché a non molta distanza si trova quella Place de la Bastille in cui tutto ebbe inizio: la fortezza non esiste più, ma gli echi della folla ruggente si sentono ancora, e anche nei nostri giorni i parigini, quando scendono in piazza – e lo sanno far benissimo – affollano sia questo foro che quello dedicato alla République, poco lontano.

Parigi è il centro del mondo, da sempre. O almeno del mio lo è di sicuro. Ho amato questa città sin dalla prima volta che da piccolo ho avuto la fortuna di metterci piede con i miei genitori. La mia passione per la Francia e la sua storia credo nasca da tale folgorazione d’infanzia, divenuta nel tempo un legame dello spirito.
Parigi è come un amico vero che non vedi spesso, ma con cui ogni volta che ti ritrovi percepisci una sintonia immodificata: è tuttavia amore, più che amicizia. Fare un elenco delle bellezze della Ville Lumière appare ridondante, in fondo non ce n’è bisogno. Tutti, anche coloro che non ci sono mai stati, ne hanno sentito parlare. Certi posti vanno però toccati con mano, per comprendere quanta bellezza riescano a sprigionare.
Se la bellezza può salvare il mondo, Parigi allora può farlo da sola: deborda di meraviglia, ne è invasa, a fatica la contiene tutta. Basta sedersi ai tavolini stretti di un bistrot, neppure del più elegante, per entrare in contatto col bello di Parigi. Fermarsi a bere qualcosa, osservare la gente che passa, alzare la testa sui palazzi con le inconfondibili finestre di soli vetri, con le terrazzine piccole come dei portagioie, e più in alto con mansarde che fanno subito sognare una classica quotidianità da residenti, e non più da fugaci turisti.
La Senna scorre placida senza rubare mai la scena, ben diversa in questo dai suoi ponti. Ce ne sono di immensi e sfarzosi, come quello dedicato ad Alessandro III; ce ne sono di più dimessi, come il Pont Neuf, dal nome ingannevole visto che si tratta del ponte più vecchio. Nei suoi austeri archi di pietra, la Storia torna indietro fino al Cinquecento, e tutto si sospende fra due mondi, anzi fra tre. La Rive droite, la Rive gauche, e nel mezzo l’Ile de la Cité, l’isoletta da cui tutto ebbe inizio con i Galli prima e con i romani poi.
L’isola accoglie alcuni dei principali tesori dell’umanità. Notre Dame è ben nota, ed è rimasta magnifica anche dopo l’incendio che ha provato a sfregiarla. Qui c’è il Medioevo parigino, ben rappresentato anche dalle imponenti mura della Conciergerie. Proprio all’interno di quest’ultima, resto del primo dei palazzi dei re di Francia, troviamo quello che reputo il tesoro più prezioso: niente riesce a commuovere come la Sainte Chapelle, la cappella privata voluta da Luigi IX il Santo per accogliere le reliquie della Passione. Esse non ci sono più, spazzate via dalla furia rivoluzionaria, ma le vetrate che sfidano il cielo sì. Mai inno più bello a Dio fu realizzato, mai l’ingegno umano trovò ispirazione così profonda; le vetrate dai mille colori, infiniti quando la luce le colpisce, rapiscono il pensiero e fanno rendere grazie all’Essere Supremo, come lo avrebbe chiamato Robespierre.

Eccola, di nuovo la Rivoluzione. Ad essa nel 1792 fu intitolata l’attuale Place de la Concorde: non erano tempi di concordia, semmai di ghigliottina, la quale svettava al centro della piazza e tagliava ben più di qualche testa, poiché recideva ogni filo con il mondo che si voleva cancellare. A cadere alla fine furono però anche le teste dei giacobini, Robespierre compreso. Per trovare i loro resti bisogna scendere nelle viscere di Parigi, nelle sue catacombe. Nel XIV arrondissement, a due passi dal monumento per i caduti della guerra franco-prussiana, è situato l’ingresso in questo mondo dei morti. Decine di migliaia di ossa accompagnano i visitatori nel cunicolo angusto che si può percorrere a piedi, piccola porzione dell’intero percorso originario; qui riposano, mischiati gli uni agli altri, molti dei ghigliottinati durante la Rivoluzione, un tempo nelle fosse comuni dei cimiteri cittadini chiusi a inizio Ottocento: un’altra Parigi, un’altra storia.
Era prima che Napoleone III e il barone Haussmann, a metà del XIX secolo, cambiassero completamente il volto della città. La Parigi raffinata, dei grandi boulevards, dei monumenti celebrativi maestosi e della modernità nasce in quell’epoca, e rimane ancora oggi. I comunardi del 1871 tentarono di riportare Parigi alle barricate e ai vicoli stretti, ma durarono soli sessanta giorni, per quanto gloriosi. La capitale ormai era avviata verso il suo periodo d’oro, la Belle èpoque.
Con essa venne la Tour Eiffel, il Moulin Rouge, la mondanità; erano tempi in cui Gabriele d’Annunzio, alloggiato in una bella suite in rue de Rivoli, riusciva a spendere in pochi mesi cifre mai viste, mentre i migliori artisti di una generazione si ritrovavano negli stessi locali e negli stessi saloni per trasportare su tela una nuova visione della natura e degli esseri umani.
Già, l’arte. Adesso la vediamo nei musei, ma per trovarne le origini, perlomeno di quella di un secolo abbondante fa, bisogna salire in alto. Bisogna arrampicarsi fino al quartiere di Montmartre, altura che domina tutta la città: i parigini lo chiamano la Butte, la collina. Un tempo qua c’erano solo mulini e misere casupole di contadini, prima che pittori e uomini d’ingegno iniziassero a renderla qualcosa di diverso. Dei mulini d’origine ne è rimasto solo uno, quel Moulin de la Galette reso celebre da Renoir nel suo Ballo.
C’è molto turismo lassù oggi, forse troppo. Ma qualcosa di magico si può ancora percepire. Forse nel piccolo cimitero, riposo di molti personaggi famosi: tipico, unico, ma oggettivamente troppo cupo. E’ necessario salire dunque un po’ di più, fino in cima. Ai piedi della Basilica del Sacro Cuore, prima della scalinata che si lancia nel vuoto, si staglia una sorta di terrazza da cui si può dominare la ville.
Parigi da qui appare sconfinata, bellissima nei suoi tetti di un blu plumbeo. Fermandosi a guardarla mentre il sole cala, se si riescono a scansare i cellulari che tutto fotografano ma niente trattengono, ecco che l’anima si riempie d’incanto. “Parigi è come un oceano”, scrisse Honoré de Balzac: “gettateci una sonda e non ne conoscerete mai la profondità”.



Gabriele, che dire, se non …bravo!!
Mi hai riportato con la testa, gli occhi e il cuore in questa magica città, grazie!