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LA SPERANZA E’ MORTA A GAZA

Quando si entra nella Chiesa della Natività di Betlemme bisogna abbassare la testa e passare da una piccola porta, chiamata dell’umiltà. Bisogna approcciarsi con rispetto alla casa del Signore. Il fascino di questo luogo sacro è subito evidente, così come la suggestione che suscita; quando ci si avvicina alla cripta, dove si trova la grotta in cui secondo i Vangeli venne alla luce Gesù Cristo, l’emozione aumenta, e tocca l’animo anche di non ha ricevuto il dono della fede.

Così come in molti luoghi della Terrasanta, su tutti la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, a Betlemme ho sentito la presenza di qualcosa di superiore. Indefinibile, inafferrabile, forse frutto soltanto della mia testa. Eppure, sebbene io non sia credente, mi sono sentito diverso in quei posti. Nella grotta della Natività, sull’altare della mangiatoia, c’è l’emozione di trovarsi laddove Dio si è fatto uomo e si è manifestato al mondo: nel freddo, nel gelo, negli stenti di un ambiente povero. Gesù Cristo portava la speranza, ma essa oggi non esiste più in Palestina.

Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha detto pochi giorni fa che qualche segno di speranza c’è ancora: eppure, io non riesco a vederla. Adesso i bambini che nascono muoiono, quasi subito. Nello stesso freddo e nello stesso gelo in cui nacque Gesù, anzi proprio a causa di tali condizioni.

Cinque neonati sono morti in meno di una settimana nella striscia di Gaza. Hanno fatto in tempo ad aprire gli occhi su quell’inferno vivente, nella fortuna di una vista non ancora definita, come tutti i piccini nei primi mesi; forse proprio un entità superiore, si tratti del Dio cristiano, dell’Allah musulmano o di qualunque altra forza, ha graziato questi angeli impedendo loro di crescere e di assistere alla distruzione della loro famiglia, al martirio dei loro amici, allo scempio della loro terra.

Ecco, credo che l’unica speranza rimasta tra i palestinesi sia questa, la possibilità di morire il prima possibile per non andare incontro ad una vita tremenda, in ogni caso. Perché anche se si arriva ad essere grandi, non si può che vivere con dentro una rabbia feroce, un odio lancinante, un senso di disprezzo assoluto per coloro che hanno cancellato il proprio popolo dalla faccia della Terra.

Aya Ashour, giovane ragazza di 23 anni, è intrappolata a Gaza con quel che resta dei suoi familiari. Da un anno e mezzo scrive le corrispondenze dalla Striscia per il Fatto Quotidiano, raccontando ciò che per volontà di Israele nessun organo di stampa straniero può raccontare. Aya resiste, affida alla penna ciò che rimane della propria dignità. In un articolo di ieri ha descritto con terribile precisione il dolore fisico per il freddo che sente nella sua tenda e il dolore mentale per la consapevolezza che quel freddo si sta portando via sempre più neonati: “Immaginate il vostro figlio, tenerne in braccio il cadavere, morto dopo aver sentito freddo e aver mostrato segni di sanguinamento dal naso! Non sembra facile da immaginare, vero?”.

Aya narra la paura di perdere la sorellina Rola, dice di come la notte la stringa forte a sé con le poche coperte a disposizione; incredibile come “tutto questo accade nell’era moderna, nel XXI secolo, mentre il mondo festeggerà un nuovo anno nelle prossime ore, noi qui nella Striscia moriamo”.

Mi sono sentito piccolo piccolo mentre, di fronte al camino di casa mia, al caldo, leggevo queste frasi. Mentre pensavo al mio Capodanno, in una casa accogliente e con un ricco menù, nell’attesa della mezzanotte per brindare con i miei amici e la mia ragazza.

Che schifo tutto ciò. Che senso di enorme impotenza. La stessa che sento da mesi guardando foto e video raccapriccianti di ragazzi bruciati vivi nelle tende, di pazienti di ospedali rasi al suolo deportati come bestie in lunghe file, di esseri umani ridotti a scheletri, di anziani che piangono per i propri nipoti, di madri che come Maria vegliano sul cadavere del frutto del proprio grembo.

Cancellare la speranza da Gaza significa averla cancellata da tutto il mondo, che complice, vigliacco o menefreghista marcisce come una gamba o un braccio in ipotermia di un bambino palestinese. All’Occidente non importa un bel niente della mattanza, o meglio del genocidio, che lo stato terrorista di Israele sta perpetrando ai danni della gente di Palestina. Delle morti quotidiane a Gaza, dei soprusi continui in Cisgiordania, della ferocia cinica di un male spesso banale come quello famoso di Hannah Arendt.

Leggo e ascolto voci indignate per l’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala in Iran: proteste legittime, anzi doverose, che io condivido pienamente. La libertà di stampa è sacra, il giornalismo non è mai un crimine. Sala deve tornare a casa il prima possibile, anche se purtroppo la sua detenzione da parte della Repubblica Islamica rientra in un gioco diplomatico più grande, nel quale l’Italia, se vorrà sul serio aiutare la giovane cronista, dovrà probabilmente per una volta tenere la testa dritta di fronte al padrone americano.

Ma chi si indigna per Sala, chi si strappa le vesti per la difesa dei “nostri valori”, come mai non trova il fiato per denunciare l’omicidio di quasi 200 giornalisti per mano israeliana? Come mai non si indigna per Aya Ashour che scrive nel gelo di una tenda, o per un pulmino con la scritta “press” bombardato dai droni del criminale Netanyahu nei pressi di un ospedale? Sono d’altronde gli stessi che fischiettavano quando l’Arabia Saudita, fido alleato occidentale, faceva a pezzi con una motosega il giornalista scomodo Jamal Khashoggi, o che esultavano mentre Julian Assange era ridotto ad una larva nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, prima di uscire al prezzo del patteggiamento per aver fatto il proprio dovere e aver denunciato i crimini del “mondo libero”.

Siamo immersi in una cloaca morale dal fetore insopportabile. Non ci è concesso di fare molto, ma almeno possiamo far sentire un grido di dissenso. Possiamo provare rabbia, empatia, possiamo vergognarci e prendere le distanze dall’orrore e dal doppiopesismo. Salutiamo il 2025 che sta per arrivare con tale proposito. Prima che anche le nostre coscienze, così come accaduto alla speranza, si addormentino per sempre.

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